Un capitolo da sfogliare
Il fotografo dell'ultimo scatto
Capitolo 11 · Lo scatto
La fotografia di Elena rimase sul tavolo della cucina per tutta la notte. Non la misi in una busta, non la nascosi in un cassetto e non cercai di distruggerla. La lasciai semplicemente lì, sotto la luce della lampada, mentre continuavo a leggere la frase scritta sul retro.
'Non è morta perché non potevo salvarla. E' morta perché ho aspettato.'
Era una confessione? Un tentativo di giustificarsi? Oppure un messaggio costruito da qualcuno che conosceva abbastanza bene la storia di Luca da sapere quali parole avrebbero avuto il potere di spaventarmi? Non avevo modo di stabilirlo, la fotografia non portava una firma, e il fatto che fosse comparsa davanti alla mia porta non dimostrava che fosse stato Luca a lasciarla. Avrebbe potuto essere Moretti, una persona legata allo Studio Ferro o qualcuno che mi seguiva da quando avevo cominciato a cercare informazioni sulla manifestazione. Quello che mi preoccupava era la precisione del messaggio.
Avevo appena parlato con Moretti della morte di Elena, avevo appena scoperto che Luca era convinto di aver avuto la possibilità di salvarla e che, secondo il suo vecchio collega, quella convinzione aveva cambiato il suo modo di comportarsi. E ora qualcuno mi aveva lasciato una fotografia che sembrava contenere la risposta a una domanda che avevo appena cominciato a formulare. Non sapevo se fosse una coincidenza, una manipolazione o qualcosa che non riuscivo ancora a comprendere. Ma una cosa era certa: chiunque avesse lasciato quella stampa sapeva che ero andato da Moretti. La mattina successiva chiamai Ettore e gli raccontai tutto. Questa volta non cercai di minimizzare nulla. Gli dissi della busta, della fotografia e della frase sul retro. Gli inviai un'immagine della stampa, evitando però di modificarla o di aumentare il contrasto, e conservai l'originale in una busta trasparente. Ettore mi ascoltò senza interrompermi.
"Dobbiamo smettere di trattare questa cosa come un mistero da risolvere" disse alla fine. "Qualcuno ti sta contattando, ti manda fotografie e sembra conoscere i tuoi spostamenti. Non importa se le immagini abbiano qualcosa di soprannaturale oppure no. La parte concreta è già abbastanza preoccupante."
"Lo so."
"Hai ancora tutti i messaggi?"
"Sì."
"E la busta?"
"Anche."
"Bene. Conserva tutto. E valuta seriamente di segnalare quello che sta succedendo."
Annuii, anche se lui non poteva vedermi. Avevo pensato più volte di rivolgermi alle autorità, ma ogni volta mi ero fermato perché temevo di non essere creduto. Come avrei potuto spiegare la cartella 'Assenze', le fotografie che sembravano cambiare e le annotazioni che comparivano senza una spiegazione apparente? Avevo paura che, raccontando ogni dettaglio, avrei finito per sembrare una persona incapace di distinguere la realtà dalle proprie ossessioni. Eppure Ettore aveva ragione, non avevo bisogno di dimostrare che esistesse qualcosa di impossibile per chiedere aiuto. Bastava il fatto che qualcuno stesse cercando di influenzare le mie azioni attraverso messaggi anonimi e fotografie lasciate davanti alla mia porta. Gli promisi che avrei conservato ogni prova e che non sarei andato a cercare Luca da solo poi, prima di chiudere la chiamata, gli feci una domanda.
"Secondo te, perché proprio io?"
Ettore rimase in silenzio per qualche secondo.
"Non lo so, Andrea. Ma non dare per scontato che ci sia una ragione speciale. A volte le persone scelgono qualcuno perché è nel posto sbagliato al momento sbagliato. Altre volte perché pensano che sia facile da manipolare. E qualche volta perché hanno bisogno di un testimone."
"Un testimone di cosa?"
"Di quello che vogliono raccontare."
Dopo aver riattaccato, rimasi a lungo davanti alla fotografia di Elena. Forse era proprio questo che Luca cercava: qualcuno disposto a guardare le sue immagini, a leggere le sue annotazioni e a ricostruire la storia secondo la sua versione. Qualcuno che, alla fine, avrebbe potuto dire che non era un assassino, ma un uomo che aveva cercato di salvare gli altri e aveva fallito. Non sapevo se fosse così ma decisi che, se volevo capire che cosa stesse accadendo, avrei dovuto smettere di cercare soltanto le risposte che le fotografie sembravano offrirmi ma dovevo trovare una prova che non dipendesse da loro.
La prima cosa che feci fu tornare ai miei vecchi archivi. Avevo conservato quasi tutte le fotografie scattate durante le manifestazioni degli anni precedenti, comprese quelle che non avevo mai pubblicato. Alcune erano archiviate su dischi esterni, altre su vecchie schede di memoria. Le avevo sempre considerate una raccolta personale, un modo per ricordare luoghi e persone che avevo incontrato nel corso degli anni adesso mi sembravano un territorio che non conoscevo più. Collegai un disco esterno al computer e cominciai a esaminare le cartelle, cercando fotografie scattate il 31 ottobre durante la vecchia visita a Lucca. Ne trovai molte, ma la maggior parte erano immagini ordinarie: cosplayer davanti agli stand, dettagli dei costumi, gruppi di amici che sorridevano davanti alla macchina fotografica. In alcune fotografie comparivano persone che non ricordavo. Non era strano: durante le manifestazioni scattavo spesso immagini della folla, e non potevo aspettarmi di riconoscere ogni volto eppure, dopo aver scoperto la cartella 'Assenze', mi ritrovavo a osservare ogni figura con un'attenzione che non avevo mai avuto prima; cercavo la borsa di cuoio, la macchina fotografica nera, il cappotto scuro e dopo quasi due ore trovai una fotografia che mi fece fermare.
Era stata scattata davanti a uno stand dedicato agli artisti indipendenti. Al centro c'erano tre cosplayer, due ragazze e un ragazzo, tutti sorridenti. Sullo sfondo, vicino a un tavolo coperto di stampe, si vedeva un uomo che stava parlando con una persona fuori dall'inquadratura. Aveva una borsa di cuoio, ingrandii l'immagine. Il volto era parzialmente coperto da una ciocca di capelli, ma la postura e la macchina fotografica che teneva al collo mi ricordavano Luca. Non potevo esserne certo perché la fotografia era stata scattata molti anni prima, e la qualità non permetteva un confronto affidabile. Poi notai un particolare, l'uomo non guardava i cosplayer ma guardava me. Non era possibile stabilire se mi avesse riconosciuto o se stesse semplicemente osservando la persona che scattava. Ma il suo sguardo era rivolto esattamente verso la mia posizione, con un'espressione che non riuscii a interpretare.
Aprii le informazioni del file. La data coincideva con quella della vecchia fotografia trovata nella scatola di Bellini.
31 ottobre.
L'anno era lo stesso.
Per qualche minuto rimasi a fissare l'immagine, cercando di ricordare quel momento. Non mi venne in mente nulla. Ricordavo lo stand, i costumi e una conversazione con una ragazza che mi aveva chiesto di inviarle alcune fotografie. Non ricordavo di aver notato un uomo con una borsa di cuoio ma il fatto che non lo ricordassi non significava che non fosse presente. Presi il quaderno e annotai il nome della cartella, la data e il numero del file poi tornai alla fotografia originale e controllai i metadati. Non c'erano modifiche successive, almeno secondo le informazioni disponibili. Il file era stato trasferito sul computer molti anni prima, e non avevo motivo di credere che fosse stato alterato.
Finalmente avevo una fotografia che sembrava mostrare Luca in un contesto ordinario, senza annotazioni, senza date impossibili e senza messaggi inquietanti era soltanto un uomo in mezzo alla folla nonostante ciò mentre osservavo il suo volto, ebbi la sensazione che fosse proprio quello il dettaglio più importante. Luca non era comparso nella mia vita il 31 ottobre di quell'anno. Forse non mi aveva nemmeno riconosciuto ma era possibile che avessimo frequentato gli stessi luoghi per molto tempo, senza che io mi accorgessi della sua presenza. La sua storia e la mia potevano essersi incrociate molto prima che iniziassi a cercarlo e se era così, non potevo più essere certo che fosse stato lui a scegliere il momento in cui avremmo cominciato a incontrarci. Nel pomeriggio ricevetti un messaggio da un numero che non conoscevo, non conteneva una fotografia ma soltanto un indirizzo e un orario.
Oggi, alle 19:30. Porta la macchina. Vieni da solo.
Sotto, una seconda frase.
'E' arrivato il momento di vedere lo scatto originale.'
Rimasi immobile davanti al telefono, non c'era una firma ma non avevo dubbi su chi avesse scritto quel messaggio. Era lo stesso tipo di invito che avevo ricevuto da Moretti, la stessa insistenza nel chiedermi di andare da solo e di non portare con me nessuno che potesse aiutarmi a mantenere la lucidità. La prima cosa che feci fu inoltrare il messaggio a Ettore. Mi chiamò immediatamente.
"Non ci vai."
"Non ho detto che ci andrò."
"Bene. Perché è chiaramente un tentativo di attirarti da qualche parte."
"Potrebbe essere l'unico modo per ottenere una prova."
"Oppure potrebbe essere il modo per farti sparire per qualche ora mentre qualcuno entra in casa tua, oppure per metterti in una situazione pericolosa. Non sappiamo chi ci sia dietro."
Guardai l'indirizzo. Era un vecchio edificio commerciale alla periferia della città, in una zona che non conoscevo. Non c'erano indicazioni sul nome del proprietario o sull'attività che vi si trovava.
"E se fosse Luca?"
"Allora avrai un altro motivo per non andare da solo."
Non risposi, Ettore aveva ragione ma la curiosità era diventata qualcosa di difficile da controllare. Da giorni cercavo di capire che cosa fosse accaduto a Elena, perché Luca si considerasse un salvatore e che cosa volesse ottenere da me. Ora qualcuno mi prometteva di mostrarmi lo scatto originale, e una parte di me voleva credere che fosse finalmente arrivato il momento di ottenere una risposta.
"Andrea, ascoltami" disse Ettore. "Non devi dimostrare niente. Se qualcuno ha una prova, può consegnartela senza chiederti di presentarti in un posto isolato."
"Lo so."
"Allora dimmi che non ci andrai."
Non riuscii a rispondere subito, alla fine gli dissi che avrei aspettato, che avrei cercato di capire chi avesse mandato il messaggio e che non avrei fatto niente senza avvertirlo. Non gli dissi che, mentre parlavamo, avevo già cominciato a preparare la borsa con la macchina fotografica, non avevo intenzione di entrare in un edificio sconosciuto senza sapere chi mi aspettasse ma volevo almeno verificare l'indirizzo, controllare se il luogo esistesse davvero e capire se ci fossero telecamere o attività nelle vicinanze. Era una decisione rischiosa, ma cercavo di convincermi che fosse diversa dall'obbedire ciecamente a un messaggio anonimo. Alle diciotto e quaranta uscii di casa, portai con me la reflex, il telefono e una piccola torcia. Lasciai la busta con la fotografia di Elena nel cassetto della cucina e controllai due volte di aver chiuso la porta. Durante il tragitto continuai a ripetermi che sarei tornato indietro al primo segno di pericolo.
L'edificio si trovava in una strada poco frequentata, tra un magazzino e un parcheggio quasi vuoto. Era una costruzione bassa, con le pareti grigie e alcune finestre oscurate da pannelli di legno. Sulla facciata non c'erano insegne, soltanto il numero civico indicato nel messaggio. Mi fermai dall'altra parte della strada non esserci nessuno. Controllai il telefono ed erano le 19:18. Mandai a Ettore la posizione e gli scrissi che ero arrivato nella zona, senza dirgli che mi trovavo già davanti all'edificio. Non volevo mentirgli, ma sapevo che avrebbe cercato di convincermi a tornare indietro. Poi notai una luce accesa dietro una delle finestre. Era debole, quasi impercettibile, ma illuminava una porzione del pavimento. Mi avvicinai lentamente, restando sul marciapiede opposto, e cercai di capire che cosa ci fosse all'interno. Non vidi nulla. Stavo per allontanarmi quando sentii il telefono vibrare, un nuovo messaggio.
'Sei arrivato.'
Mi voltai istintivamente verso la strada ma non c'era nessuno. Poi arrivò il secondo messaggio.
'Guarda la finestra.'
Sollevai lo sguardo e dietro il vetro, nella luce debole, c'era una figura. Un uomo in piedi, immobile, con una macchina fotografica stretta tra le mani. Non riuscivo a distinguerne il volto, ma riconobbi la borsa di cuoio.
Luca Ferri.
Non potevo sapere se fosse davvero lui. La distanza e il buio rendevano difficile distinguere i lineamenti, ma la postura era identica a quella delle fotografie che avevo trovato negli archivi. Per un momento ebbi la tentazione di attraversare la strada e avvicinarmi alla porta. Volevo chiedergli perché mi stesse seguendo, perché avesse scelto me e che cosa significasse la frase sullo scatto originale. Poi ricordai le parole di Moretti.
'Non confondere la sua paura con la sua innocenza.'
Mi fermai, non avevo alcuna garanzia che l'uomo dietro il vetro fosse Luca, né che l'edificio contenesse qualcosa di importante. Poteva essere una trappola, un'altra messinscena o un modo per costringermi a fare esattamente quello che qualcuno voleva. Tirai fuori il telefono e chiamai Ettore.
"Sono davanti all'edificio" dissi appena rispose. "C'è qualcuno dentro."
"Andrea, allontanati."
"Credo che sia Luca."
"Non importa chi sia. Allontanati e raggiungi una zona illuminata."
Guardai di nuovo la finestra. La figura non c'era più.
"È sparito."
"Allora vattene. Adesso."
Feci un passo indietro, poi un altro. Stavo per girarmi quando la porta dell'edificio si aprì e un uomo uscì sulla soglia. Non era Luca ma era il signor Bellini, il vecchio conoscente dello Studio Ferro che avevo incontrato a Lucca. Indossava la stessa giacca scura della prima volta e teneva in mano una busta di carta, mi guardò senza mostrare sorpresa.
"È venuto" disse.
Abbassai il telefono, ma non chiusi la chiamata.
"Che cosa ci fa qui?"
Bellini si voltò verso l'interno dell'edificio.
"Mi hanno chiesto di consegnarle una cosa."
"Chi?"
L'uomo non rispose, mi porse la busta ma non la presi subito.
"Prima voglio sapere chi mi ha mandato il messaggio."
Bellini abbassò lo sguardo.
"Non posso dirglielo."
"È Luca?"
"Non posso dirle nemmeno questo."
Rimasi immobile, cercando di capire se l'uomo fosse spaventato o se stesse semplicemente recitando una parte. Non sembrava minaccioso, ma la sua presenza in quel luogo, a quell'ora, non aveva alcuna spiegazione plausibile.
"Perché proprio io?" domandai. Bellini mi guardò.
"Perché è arrivato il momento."
Era la stessa frase che avevo letto in decine di annotazioni. La stessa idea di un evento inevitabile, di una data che qualcuno aveva stabilito molto prima che io ne fossi consapevole. Presi la busta, era più pesante di quanto mi aspettassi.
"Che cosa c'è dentro?"
"Lo scatto originale."
Bellini si voltò e rientrò nell'edificio. Prima che potessi chiedergli altro, la porta si chiuse. Rimasi sul marciapiede, con la busta tra le mani e il telefono ancora collegato alla chiamata con Ettore.
"Andrea?" disse lui. "Che cosa è successo?"
Gli raccontai rapidamente dell'incontro e di Bellini.
"Non aprirla lì" disse Ettore. "Torna in un posto sicuro. Se dentro c'è qualcosa di importante, potrai esaminarla con calma."
Per una volta, non ebbi bisogno di convincermi. Mi allontanai dall'edificio senza voltarmi, raggiunsi la strada principale e presi un taxi. Durante il viaggio tenni la busta sulle ginocchia, senza aprirla. Avevo la sensazione che il suo contenuto potesse cambiare tutto ciò che avevo capito fino a quel momento, ma non sapevo se in meglio o in peggio. Quando arrivai a casa, chiusi la porta a chiave e controllai le finestre poi posai la busta sul tavolo della cucina. La carta era vecchia, con un bordo ingiallito e una piccola macchia scura nell'angolo inferiore. Non c'erano scritte sul fronte, né un mittente. La aprii con cautela, Dentro c'era una fotografia era più grande delle altre, stampata su carta spessa e leggermente incurvata ai bordi. L'immagine mostrava una stanza che riconobbi immediatamente: il laboratorio dello Studio Ferro, quello che avevo visto nella casa di Bellini e al centro della stanza c'era un tavolo. Sopra il tavolo, una macchina fotografica e dietro il tavolo, due uomini.
Alberto Ferro e Luca Ferri.
Non avevo mai visto una fotografia di loro insieme in quel luogo, ma riconobbi il signor Ferro dalla stampa che Bellini ci aveva mostrato. Luca era più giovane, con i capelli scuri e il viso meno segnato. Teneva una mano appoggiata sul tavolo e guardava direttamente l'obiettivo. Accanto a lui c'era una donna.
Elena.
Non sorrideva. Aveva le braccia lungo i fianchi e lo sguardo rivolto verso una porta socchiusa sullo sfondo. Mi avvicinai alla fotografia e sul margine inferiore c'era una data.
31 ottobre.
Senza anno invece, sul retro non c'era alcuna annotazione ma soltanto una piccola striscia di carta incollata al centro, come se qualcuno avesse coperto una scritta precedente. La staccai lentamente e sotto comparve una frase, scritta a mano con una penna nera.
'Questo è lo scatto che ha cambiato tutto.'
Rimasi a fissare le parole quando notai un dettaglio che mi fece sentire il sangue gelare. Nella fotografia, Luca non guardava la macchina fotografica ma guardava qualcuno che si trovava dietro di essa, qualcuno che non compariva nell'immagine, qualcuno che, secondo la prospettiva dello scatto, avrebbe dovuto essere esattamente dove mi trovavo io mentre osservavo la fotografia. Abbassai lentamente la stampa ed ebbi la sensazione che il mistero non riguardasse soltanto ciò che una macchina fotografica poteva catturare ma riguardava chi si trovava dall'altra parte dell'obiettivo. E se quella fotografia era davvero lo scatto originale, allora la storia di Luca Ferri non era cominciata con Elena, né con la sua morte ma era cominciata in quella stanza.
Il 31 ottobre con una fotografia che qualcuno aveva cercato di nascondere per anni.
Ogni storia merita il suo tempo. Scopri le altre Fanfiction →