Un capitolo da sfogliare
Il fotografo dell'ultimo scatto
Capitolo 1 · Il 31 Ottobre
Non ricordo esattamente quando ho sentito parlare per la prima volta del fotografo.Ricordo, invece, il rumore che faceva la sua macchina fotografica. Un clic secco, quasi impercettibile in mezzo alle voci, alla musica e alle risate di migliaia. Un suono insignificante, uno dei tanti che accompagnano una giornata trascorsa a una fiera del fumetto e se ci ripenso adesso però, mi sembra impossibile che nessuno ci abbia mai fatto caso. Che nessuno si sia voltato a guardarlo, che nessuno abbia provato a chiedersi quante storie potessero nascondersi dietro quelle fotografie. Ma allora non sapevo nulla.
Non sapevo chi fosse Luca Ferri, non conoscevo le sue abitudini e non avevo mai sentito parlare delle persone che, secondo alcune voci, erano scomparse dopo aver posato davanti al suo obiettivo. Non sapevo nemmeno che una macchina fotografica potesse diventare qualcosa di molto più pericoloso di un semplice strumento per catturare un ricordo.
Per me, fino a quella sera, fotografare significava soltanto questo: fermare il tempo per un istante. Forse è per questo che, quando ripenso a ciò che è successo a Lucca, mi viene ancora la pelle d'oca perché io, più di chiunque altro, avrei dovuto capire che non tutto ciò che merita di essere immortalato dovrebbe essere conservato per sempre.
Ma sto correndo troppo, per raccontarvi quello che è successo devo tornare al 31 ottobre, al giorno in cui tutto è cominciato o almeno, al giorno in cui ho iniziato ad accorgermi che qualcosa non andava.
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Sono sempre stato affascinato dalle fotografie. Non tanto da quelle perfette, studiate per ottenere migliaia di visualizzazioni sui social, quanto da quelle che riuscivano a raccontare qualcosa senza bisogno di spiegazioni. Un sorriso colto nel momento sbagliato, una mano che stringeva nervosamente un bicchiere, uno sguardo perso in mezzo alla folla. Mi piaceva pensare che ogni persona nascondesse una storia e che, qualche volta, fosse sufficiente premere un pulsante per riuscire a intravederne un frammento. Avevo iniziato a fotografare durante l'adolescenza, quando mio padre mi aveva regalato una vecchia reflex che non utilizzava più. Era un apparecchio pesante, con qualche graffio sul corpo e un piccolo difetto nella ghiera dell'obiettivo. Non era particolarmente bello, ma per me rappresentava una specie di porta verso un mondo che non conoscevo ancora.
Con quella macchina avevo fotografato praticamente qualsiasi cosa: gatti addormentati sui davanzali, temporali estivi, vecchi edifici abbandonati e persone che non avrei mai avuto il coraggio di avvicinare per chiedere un ritratto. Col tempo avevo imparato a essere meno timido, avevo scoperto che le persone erano generalmente più disponibili di quanto immaginassi, soprattutto quando capivano che non stavo cercando di metterle in imbarazzo. Bastava chiedere con gentilezza, spiegare che cosa volessi fare e lasciare loro la libertà di rifiutare.
Le fiere del fumetto erano diventate il mio posto preferito per esercitarmi, mi piaceva la varietà dei costumi ma soprattutto mi affascinava il modo in cui cambiava il comportamento delle persone quando indossavano i panni di qualcun altro. Ragazzi timidi diventavano improvvisamente sicuri di sé, adulti che nella vita quotidiana sembravano serissimi si lasciavano fotografare mentre impugnavano spade di plastica o imitavano le pose dei loro personaggi preferiti. Persino i bambini sembravano appartenere a un mondo diverso. Li vedevo correre tra le bancarelle con i mantelli troppo lunghi, le parrucche che scivolavano sugli occhi e gli accessori che i genitori cercavano disperatamente di tenere al loro posto. Alcuni si fermavano davanti agli altri cosplayer per chiedere una fotografica, mentre altri si nascondevano dietro le gambe delle madri, intimiditi dall'attenzione.
Mi piaceva tutto questo.
Per qualche ora, nessuno sembrava preoccuparsi troppo di quello che gli altri pensavano di lui e forse era proprio questo il motivo per cui continuavo a tornare.
Quell'anno avevo deciso di trascorrere Halloween a Lucca. Avevo organizzato il viaggio da settimane, prenotando una stanza in una piccola struttura appena fuori dalle mura. Non avevo programmi particolari: volevo soltanto trascorrere la giornata a fotografare, mangiare qualcosa alle bancarelle e godermi l'atmosfera della manifestazione fino a sera. Avevo anche preparato una lista di personaggi che speravo di incontrare, alcuni provenivano da anime che seguivo da anni, altri da videogiochi a cui avevo dedicato centinaia di ore. Avevo persino acquistato un piccolo flash esterno per la macchina fotografica, convinto che mi sarebbe tornato utile quando la luce naturale avrebbe cominciato a diminuire.
Non immaginavo che, prima della fine della giornata, avrei desiderato non aver portato con me nessuna macchina fotografica. La mattina del 31 ottobre mi svegliai poco dopo le sette. Fuori dalla finestra il cielo era coperto da una coltre di nuvole grigie, l'aria aveva quella particolare umidità autunnale che sembra penetrare attraverso i vestiti, anche quando non fa davvero freddo. Sul vetro erano rimaste alcune gocce di pioggia cadute durante la notte.
Mi vestii in fretta, controllai che le batterie della reflex fossero cariche e sistemai tutto nello zaino: macchina fotografica, obiettivo di riserva, schede di memoria, caricabatterie e una bottiglietta d'acqua. Prima di uscire, controllai il telefono. Avevo già ricevuto diversi messaggi da amici che mi chiedevano se fossi arrivato a Lucca e se avessi intenzione di pubblicare qualche fotografia durante la giornata. Risposi a tutti con la stessa frase:
"Ci vediamo tra le bancarelle."
Non potevo immaginare quanto sarebbe cambiato il significato di quelle parole nel giro di poche ore. Quando arrivai nei pressi delle mura, Lucca sembrava essersi trasformata durante la notte. Le strade che avevo percorso altre volte erano diventate un labirinto di persone, colori e suoni. Ovunque si vedevano costumi, stand, cartelli e gruppi di visitatori che cercavano di orientarsi tra le diverse aree della manifestazione.
Un ragazzo vestito da cavaliere medievale stava cercando di convincere un amico a posare per una fotografia. Poco più avanti, una ragazza con una lunga parrucca rosa si sistemava le orecchie finte mentre il suo compagno controllava il trucco sullo schermo del telefono. Un gruppo di bambini attraversò la strada correndo, inseguito da un padre che teneva in mano tre sacchetti pieni di acquisti.
Mi fermai per qualche secondo, semplicemente per osservare. C'era qualcosa di rassicurante in tutto quel caos, una specie di energia collettiva che rendeva impossibile sentirsi davvero soli, anche quando ci si trovava in mezzo a migliaia di sconosciuti. L'odore del cibo proveniente dalle bancarelle si mescolava a quello della pioggia rimasta sull'asfalto. Ogni tanto arrivava una folata di vento che faceva svolazzare mantelli e gonne, provocando proteste divertite da parte di chi cercava di mantenere intatto il proprio costume.
Presi la macchina fotografica e cominciai a scattare. Fotografai una coppia vestita come due personaggi di un videogioco fantasy, poi un gruppo di amici che interpretava alcuni protagonisti di un anime che seguivo. Successivamente incontrai un cosplayer anziano, con una barba bianca finta e un costume realizzato con una cura sorprendente.
Mi raccontò di aver lavorato al suo abito per quasi sei mesi.
"Il problema", mi disse ridendo, "è che ogni volta che lo indosso scopro qualcosa che avrei potuto fare meglio."
Gli chiesi se potevo fotografarlo e accettò immediatamente. Lo feci posizionare davanti a un muro di mattoni, aspettai che si voltasse leggermente verso la luce e scattai tre fotografie. Quando gli mostrai il risultato, sorrise soddisfatto.
"Questa è bella. Me la mandi?"
Gli diedi il mio contatto e lo salutai. Era una scena normalissima, una delle tante che avrei dimenticato nel giro di qualche giorno eppure, ripensandoci, mi accorgo che è proprio questo a rendere tutto così difficile da accettare. Quel giorno era cominciato come qualsiasi altra giornata trascorsa a una fiera. Non c'erano segnali evidenti, presagi o strani incontri che avrebbero dovuto mettermi in guardia. C'erano soltanto persone che volevano divertirsi e fotografi che cercavano di immortalare i loro costumi.
E poi c'era Luca Ferri. Lo vidi per la prima volta poco prima di mezzogiorno. Stavo cercando un posto meno affollato per fotografare una ragazza vestita da maga, quando notai un uomo fermo ai margini della piazza. Avrà avuto poco più di quarant'anni, forse quarantacinque. Era di statura media, con capelli castani leggermente ingrigiti sulle tempie e un viso che, a prima vista, non aveva nulla di particolarmente memorabile.
Indossava un giubbotto scuro, pantaloni neri e scarpe comode. Al collo portava una macchina fotografica professionale, con un obiettivo piuttosto grande, mentre sulla spalla teneva una borsa di cuoio consumata agli angoli. Non aveva l'aria di un turista si muoveva con la sicurezza di chi conosceva bene quel posto, scegliendo con attenzione gli angoli da cui fotografare e aspettando che le persone si disponessero nella posizione giusta. La cosa che mi colpì, però, fu il modo in cui si comportava con i cosplayer non sembrava avere fretta.
Quando qualcuno accettava di posare, Luca si prendeva tutto il tempo necessario per studiare la luce, controllare lo sfondo e chiedere piccoli cambiamenti nella postura. Parlava con tutti con estrema gentilezza, ringraziava dopo ogni scatto e, quando qualcuno gli chiedeva di vedere la fotografia, mostrava il display senza esitazioni. Almeno, questo era quello che vidi all'inizio.
Mi accorsi della sua presenza perché stava fotografando una ragazza vestita da bambola gotica. Il costume era elaborato: un abito nero con dettagli in pizzo, calze a righe, scarpe lucide e una parrucca bionda raccolta in due grandi boccoli. Il trucco le rendeva il viso quasi innaturale, con la pelle pallidissima, le labbra scure e due piccole linee disegnate sotto gli occhi per imitare le crepe della porcellana. Era uno dei costumi più belli che avessi visto quella mattina. La ragazza stava posando davanti a un edificio in pietra, con la testa leggermente inclinata e le mani raccolte davanti al petto. Luca si abbassò per trovare un'inquadratura migliore.
"Perfetto", disse. "Adesso guarda appena alla tua sinistra."
Lei obbedì. L'uomo regolò la messa a fuoco e poi scattò. Il rumore dell'otturatore fu coperto dalle voci della piazza, ma io mi trovavo abbastanza vicino da sentirlo. Luca abbassò la macchina fotografica e guardò il display, per qualche secondo non successe nulla poi il suo volto cambiò. Non fu trasformazione evidente, non spalancò gli occhi e non fece un passo indietro. Fu qualcosa di molto più sottile, un irrigidimento improvviso dei lineamenti, come se avesse appena riconosciuto una persona che sperava di non incontrare mai più. La ragazza se ne accorse.
"E' venuta male?"
Luca non rispose subito continuò a fissare lo schermo immobile.
"Signore?"
A quel punto sollevò lo sguardo.
"No", disse. "No, è perfetta."
La voce era tornata normale, ma qualcosa nel suo modo di parlare mi fece voltare verso di lui. La ragazza sorrise.
"Posso vederla?"
Luca esitò. Fu soltanto un istante, ma lo notai poi girò la macchina fotografica verso di lei. La ragazza si chinò sul display e commentò qualcosa che non riuscii a sentire. Rise, ringraziò e si allontanò verso un gruppo di persone che la stava aspettando poco distante. Luca non la seguì. Rimase fermo a guardarla mentre si allontanava, con la macchina fotografica ancora stretta tra le mani. Aveva un'espressione strana, non sembrava arrabbiato né deluso per la qualità dello scatto. Sembrava dispiaciuto.
Ricordo di aver pensato che forse conosceva quella ragazza, o che la fotografia gli avesse ricordato qualcosa di spiacevole. Non avevo motivo di pensare diversamente. Stavo per tornare alla mia macchina fotografica quando l'uomo si voltò nella mia direzione. I nostri sguardi si incontrarono, per un istante ebbi la sensazione che mi stesse osservando da molto più tempo di quanto avessi immaginato. Poi sorrise.
"Anche tu fotografi?" Indicò la mia reflex.
Annuii.
"Sì. Principalmente cosplay."
"Da quanto tempo?"
"Qualche anno. Ma lo faccio soprattutto per passione."
Luca sembrò apprezzare la risposta.
"E' il modo migliore per cominciare", disse. "Quando smetti di divertirti, diventa soltanto un lavoro."
Mi tese la mano.
"Luca Ferri." Mi presentai a mia volta.
La sua stretta era asciutta, decisa. Aveva mani curate, con le unghie corte e una piccola cicatrice sul dorso della sinistra.
"E' la prima volta che vieni a Lucca?" mi chiese.
"No, ci sono già stato. Ma è la prima volta che rimango fino a sera durante Halloween." Luca annuii lentamente.
"Hai scelto una bella giornata."
Guardai il cielo coperto. "Speriamo che non piova."
Lui sorrise, ma non rispose per qualche secondo restammo in silenzio osservando la folla che attraversava la piazza. Poi Luca indicò la macchina fotografica che teneva al collo.
"Che modello usi?" Glielo dissi. Si chinò leggermente per osservarla meglio, senza toccarla.
"Buona macchina. Hai mai provato a scattare in condizioni di luce molto bassa?"
"Qualche volta. Ma non sono ancora molto bravo."
"La luce è importante," disse. "Ma non è tutto."
Si interruppe, come se stesse cercando le parole giuste.
"Ci sono cose che vengono fuori soltanto quando smetti di cercarle."
Lo guardai, senza capire bene che cosa intendesse. Lui sembrò accorgersene e rise piano.
"Scusa. Sono uno di quelli che parlano troppo di fotografia."
"Tranquillo."
Mi chiese se avessi un profilo social dove pubblicavo i miei lavori, gli mostrai alcune immagini sul telefono e lui le scorse con attenzione fermandosi ogni tanto per commentare un'inquadratura o un particolare dell'illuminazione. Era competente, questo glielo riconobbi subito non si limitava a dire che una fotografia era bella. Sapeva spiegare perché funzionava, quali dettagli attiravano lo sguardo e come avrebbe potuto essere migliorata. Quando gli mostrai il ritratto di una ragazza che avevo fotografato durante una convention qualche mese prima, rimase a osservarlo più a lungo degli altri.
"Questa è interessante", disse.
"Perché?" Luca inclinò appena la testa.
"Perché sembra che stia guardando qualcuno."
Riguardai l'immagine. La ragazza era seduta su una panchina, con una mano appoggiata al viso e gli occhi rivolti leggermente verso destra. Non ricordavo che ci fosse qualcuno davanti a lei quando avevo scattato.
"Forse guardava un amico", risposi.
"Forse."
Mi restituì il telefono, poi controllò l'orologio e si sistemò la tracolla della macchina fotografica.
"E' stato un piacere conoscerti, Andrea."
Mi sorprese che avesse già memorizzato il mio nome.
"Anche per me."
"Magari ci rivediamo più tardi."
Si allontanò senza aggiungere altro. Lo seguii con lo sguardo per qualche secondo, poi tornai a occuparmi delle mie fotografie. Non c'era nulla di strano in quell'incontro almeno, non abbastanza da farmi sospettare qualcosa. Eppure, quando ripresi a fotografare i cosplayer, mi accorsi che continuavo a cercare Luca tra la folla.
Non sapevo perché, forse era soltanto curiosità nei confronti di un fotografo che sembrava avere molta più esperienza di me. Forse mi aveva colpito il modo in cui parlava del suo lavoro, come se dietro ogni immagine si nascondesse qualcosa che gli altri non riuscivano a vedere. Oppure era stato il suo sguardo, quello che aveva rivolto alla ragazza vestita da bambola dopo aver controllato la fotografia. Non saprei dirlo so soltanto che, quando lo rividi circa un'ora dopo, stava fotografando un bambino vestito da piccolo vampiro. Il costume era semplice, probabilmente acquistato in un negozio di articoli per feste. Il mantello gli arrivava quasi alle ginocchia e i denti finti gli rendevano difficile parlare senza sputacchiare.
Accanto a lui c'era una donna che doveva essere sua madre, Luca abbassò per portarsi alla sua altezza e gli chiese se volesse fare una fotografia. Il bambino annuì con entusiasmo.
"Come ti chiami?"
"Tommaso."
"Piacere, Tommaso. Allora, fammi vedere quanto sei spaventoso."
Il bambino spalancò gli occhi e mostrò i denti finti, Luca rise e la madre rise con lui. Tutto sembrava perfettamente normale. Il fotografo sollevò la macchina, inquadrò il bambino e scattò poi guardò il display e smise di sorridere. Questa volta non cercò di nasconderlo. Il suo volto diventò pallido, tanto che per un momento pensai che si sentisse male abbassò lentamente la macchina fotografica. Il bambino si tolse uno dei denti finti, che gli era rimasto incastrato tra le labbra.
"E' venuta bene?"
Luca non rispose, la madre si chinò verso il figlio convinta che il fotografo non avesse sentito.
"Aspetto un momento, tesoro."
Poi guardò Luca.
"Scusi, va tutto bene?"
L'uomo sollevò gli occhi e per un istante il suo sguardo si posò sul bambino con un'espressione che non dimenticherò mai. Non era paura, non era sorpresa era qualcosa di simile alla pietà. Come se, in quel preciso momento, avesse scoperto una terribile notizia su qualcuno che conosceva da tutta la vita.
"Mi dispiace", mormorò.
La donna aggrottò la fronte.
"Come, scusi?"
Luca sembrò rendersi conto di aver parlato ad alta voce, si schiarì la gola e scosse la testa.
"Niente. Scusatemi. Dev'essere la stanchezza."
La madre gli rivolse un sorriso incerto, prese il bambino per mano e si allontanò. Luca rimase immobile poi, con un movimento lento, spostò la mano sulla parte posteriore della macchina fotografica e cancellò l'immagine.
Lo vidi chiaramente premette un pulsante, confermò l'eliminazione e rimase a fissare lo schermo vuoto. Non capii perché avesse deciso di cancellare quella fotografia, non potevo sapere che cosa avesse visto e, soprattutto, non potevo immaginare che quella fosse soltanto la prima di molte immagini che avrebbe cercato di dimenticare. Mi allontanai prima che potesse accorgersi che lo stavo osservando. Per il resto del pomeriggio cercai di concentrarmi sulla fiera: fotografai un gruppo di cosplayer davanti a uno degli stand, comprai qualcosa da mangiare e mi concessi una pausa seduto su un muretto, con lo zaino appoggiato accanto a me.
Quando controllai le fotografie sul display della reflex, mi accorsi di averne scattate quasi duecento la maggior parte erano buone. Alcune erano venute mosse, altre avevano una luce troppo forte. Ce n'erano un paio che avrei voluto rifare, ma non avevo più idea di dove avessi incontrato i soggetti. Stavo scorrendo le immagini quando arrivai a una fotografia scattata poco dopo mezzogiorno. Non ricordavo di averla fatta. Era un'immagine della piazza, ripresa da una posizione leggermente rialzata. Si vedevano decide di persone, bancarelle e costumi colorati. Niente di insolito eppure, al centro dell'immagine riconobbi Luca. Era di spalle, con la macchina fotografica sollevata davanti al viso stava fotografando qualcuno che non compariva nell'inquadratura. Ingrandii l'immagine.
La qualità non era eccezionale, ma riuscii a distinguere alcuni dettagli. Luca aveva il viso leggermente inclinato verso destra, il suo occhio era visibile sopra il corpo della macchina fotografica e non stava guardando il soggetto che aveva davanti. Stava guardando me. Rimasi a fissare la fotografia per qualche secondo, cercando una spiegazione ragionevole. Probabilmente si era semplicemente voltato nella mia direzione proprio mentre scattavo. Non c'era nulla di impossibile in questo, mi dissi che stavo diventando paranoico. Cancellai l'immagine dalla selezione delle fotografie che volevo conservare e riposi la macchina nello zaino. Quando rialzai lo sguardo, il cielo si era fatto ancora più scuro.
La luce del pomeriggio stava lentamente lasciando il posto a quella artificiale dei lampioni e degli stand. Le ombre si allungavano sulle strade, mentre la folla sembrava diventare ancora più numerosa. Era quasi ora di cena e io avevo ancora moltissime fotografie da scattare. Non sapevo che, da qualche parte nella stessa città, Luca Ferri stesse già preparando la sua prossima fotografia. Quella che, secondo le sue annotazioni, avrebbe dovuto essere diversa da tutte le altre. Quella per cui, più tardi, avrebbe scritto una sola frase.
'Non posso permettere che accada di nuovo.'
Quella sera, prima di rientrare nella mia stanza, pubblicai alcune fotografie sui social. Ricevetti diversi commenti, qualche richiesta di condivisione e un messaggio da una ragazza che mi chiedeva se avessi fotografato un'amica vestita da bambola gotica. Le risposi che non ne ero sicuro, mi mandò una fotografia. La ragazza ritratta era la stessa che avevo visto posare per Luca quella mattina, sotto l'immagine c'era una breve didascalia.
'Se qualcuno l'ha vista oggi a Lucca, mi scriva. Non riusciamo a trovarla da ore.'
Lessi il messaggio due volte poi aprii il profilo della ragazza e l'ultimo contenuto risaliva a quella mattina. Una fotografia scattata davanti a uno specchio, con il costume da bambola gotica e una frase accompagnata da un'emoji sorridente.
'Finalmente Halloween.'
Risposi alla ragazza che mi aveva contattato, chiedendole se avesse già provato a chiamarla. Mi disse di sì e che il telefono risultava spento. Pensai che probabilmente si fosse scaricato, o che la ragazza fosse semplicemente impegnata con altri amici. In fondo, la manifestazione era enorme e perdere i contatti con qualcuno non era così insolito. Stavo per chiudere la conversazione quando arrivò un altro messaggio.
'L'ultima persona che l'ha fotografata è un uomo con una macchina fotografica nera. Lo conosci?'
Il cuore mi diede un piccolo colpo, riguardai la fotografia che mi aveva inviato poi pensai a Luca. Non sapevo perché, ma la prima cosa che mi tornò in mente fu la sua espressione dopo avrei scattato quella fotografia. Quello sguardo, quella strana pietà. Aprii il mio profilo e cercai il nome che mi aveva detto. Luca Ferri. Trovai la sua pagina dopo pochi secondi, era un fotografo professionista aveva migliaia di fotografie pubblicate, commenti positivi e diversi album dedicati alle convention a cui aveva partecipato negli ultimi anni. Sembrava una persona assolutamente normale, scorsi alcune immagini cercando quella ragazza vestita da bambola. La trovai in un album pubblicato quel pomeriggio era un ritratto perfetto. La luce era morbida, il costume risaltava sullo sfondo e il viso della ragazza sembrava quasi irreale. Sotto la fotografia, Luca aveva scritto:
'Alcuni incontri arrivano quando meno te lo aspetti. Grazie per aver posato per me.'
Aprii la sezione dei commenti. Decine di persone avevano lasciato complimenti poi notai una risposta dello stesso Luca a un utente che gli chiedeva se avrebbe pubblicato altre fotografie della ragazza.
'No. Questa è l'unica che conta.'
Non so perché quella frase mi colpì tanto forse perché era strana, considerato il contesto. Forse perché, ripensando a ciò che avevo visto quella mattina, cominciavo a sentire una sensazione spiacevole alla bocca dello stomaco. O forse perché, per la prima volta da quando ero arrivato a Lucca, mi resi conto che non avevo mai visto Luca sorridere mentre guardava una delle sue fotografie. Sorridere alle persone, sì. Parlare con loro, scherzare, metterle a proprio agio ma quando abbassava la macchina fotografica e osservava lo schermo, qualcosa cambiava come se per un istante vedesse qualcosa che nessun altro poteva vedere.
Spensi il telefono.
Mi dissi che ero stanco, che avevo trascorso troppe ore in mezzo alla folla e che stavo cercando di collegare eventi che probabilmente non avevano nulla a che fare l'uno con l'altro. Mi infilai sotto le coperte, lasciando la reflex sul comodino. Fuori, la pioggia aveva ricominciato a cadere; prima di addormentarmi controllai un'ultima volta il telefono. Avevo ricevuto una notifica, era un messaggio da un account che non conoscevo. Nessuna fotografia del profilo, nessuna informazione personale soltanto una frase.
'Se oggi hai visto Luca Ferri, non cercarlo.'
Lo lessi una volta, poi un'altra. Stavo per rispondere, quando arrivò un secondo messaggio.
'E soprattutto, non chiedergli mai che cosa vede nelle sue fotografie.'
Rimasi immobile, con il telefono stretto tra le mani fuori, un tuono fece vibrare leggermente i vetri della finestra. Avrei voluto pensare a uno scherzo, a qualcuno che aveva visto le mie fotografie sui social e aveva deciso di prendermi in giro. Ma c'era un problema, non avevo ancora pubblicato nessuna fotografia in cui comparisse Luca e non avevo mai scritto il suo nome.
Ogni storia merita il suo tempo. Scopri le altre Fanfiction →