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Un capitolo da sfogliare

Il fotografo dell'ultimo scatto

Capitolo 7 · Quello che vedo attraverso l'obiettivo

Non dormii quella notte, avevo lasciato la fotografia sul tavolo della cucina, coperta da un libro, come se bastasse nasconderla alla vista per impedirle di continuare a tormentarmi. Ogni tanto mi alzavo, attraversavo il corridoio e controllavo che fosse ancora lì. Non sapevo neppure cosa mi aspettassi di trovare: forse che fosse scomparsa, forse che le scritte sul retro fossero tornate quelle di prima, forse che tutto si rivelasse uno scherzo elaborato dalla mia mente stanca. Invece, ogni volta, trovavo lo stesso libro, la stessa carta ingiallita e la stessa data scritta con caratteri sottili.

'4 Novembre. Questa volta, guarda.'

Era una frase che poteva significare qualsiasi cosa. Poteva essere una provocazione, un avvertimento o un invito a partecipare a un gioco che non avevo mai accettato. Il problema era che non sapevo chi avesse scritto quelle parole, e soprattutto non capivo come fossero finite su una fotografia che conservavo da anni. Avevo passato parte della notte a controllare i miei vecchi archivi, cercando altre immagini della stessa giornata. Ne avevo trovate una ventina, alcune salvate sul computer, altre su vecchi dischi esterni che non accendevo da tempo. Nessuna mostrava chiaramente Luca, ma in due fotografie compariva una figura scura sullo sfondo. La qualità era troppo bassa per riconoscerla con certezza; in una, l'uomo sembrava parlare con un altro fotografo; nell'altra, era rivolto verso la macchina, come se avesse appena notato la mia presenza. Non potevo dimostrare che fosse lui eppure avevo cominciato a provare una sensazione nuova, diversa dalla paura che mi aveva accompagnato durante i giorni precedenti. Era qualcosa di più vicino alla vergogna, mi sentivo sciocco per non essermi accorto prima di quei dettagli, come se avessi trascorso anni a guardare fotografie senza vedere davvero ciò che contenevano.

Alle sei del mattino chiamai Ettore, rispose con una voce talmente assonnata che, per un momento, pensai di aver sbagliato numero.

"Andrea? Ti rendi conto dell'ora?"

"Devo parlarti."

"E' successo qualcosa?"

Guardai il tavolo della cucina.

"Ho trovato una vecchia fotografia. Una fotografia di Lucca, di molti anni fa. C'è Luca."

Il silenzio che seguì fu abbastanza lungo da farmi pensare che la chiamata fosse caduta.

"Sei sicuro?"

"No. Ma credo di sì."

"E come fai a sapere che è lui?"

"La borsa, la macchina fotografica, il viso. Non lo so, Ettore. E' difficile da spiegare."

"Allora spiegamelo con calma."

Gli raccontai della stampa, del timbro dello Studio Ferro e della frase comparsa sul retro. Gli spiegai che la fotografia era stata scattata durante una delle mie prime visite alla fiera quando utilizzavo una macchina fotografica diversa e non avevo alcun ricordo di aver incontrato Luca. Gli raccontai anche della data del giorno successivo, senza nascondere quanto mi inquietasse. Ettore ascoltò senza interrompermi.

"Hai ancora la fotografia?"

"Sì."

"Non modificarla, non cercare di pulirla o di scansionarla altre dieci volte. Mettila in una busta e tienila da parte. Se qualcuno ha davvero accesso ai tuoi dispositivi, dobbiamo capire come."

"E se non fosse qualcuno?"

Mi pentii della domanda appena la pronunciai. Ettore sospirò.

"Non cominciamo, ti prego. Non abbiamo motivo di pensare che ci sia qualcosa di soprannaturale. Abbiamo un uomo che forse ti sta seguendo, fotografie che potrebbero essere state manipolate e una situazione che ti sta facendo perdere il sonno. Sono già abbastanza motivi per chiedere aiuto."

"Lo so."

"E oggi vieni da me. Non voglio che tu resti da solo a fissare quelle immagini."

Accettai. Non perché fossi convinto che stare con Ettore avrebbe risolto qualcosa ma perché la sua presenza avrebbe potuto impedirmi di fare altre sciocchezze. Prima di uscire, fotografai il fronte e il retro della stampa con il telefono, poi la infilai in una busta di carta e la riposi in un cassetto. Non mi fidavo più nemmeno delle fotografie che avevo scattato io, ma avevo bisogno di conservare una documentazione di ciò che stava accadendo. Mentre mi preparavo il telefono vibrò, un nuovo messaggio da un numero sconosciuto.

'Oggi non usare il telefono.'

Lo lessi due volte, poi arrivò un secondo messaggio.

'L'obiettivo ricorda meglio.'

Non risposi, cancellai la notifica e infilai il telefono in tasca. Presi anche la mia macchina fotografica, anche se pensai di lasciarla a casa, ma l'idea mi provocò un'inquietudine ancora più forte. Non volevo portarla con me, eppure non riuscivo a separarmene, era come se qualcuno avesse trasformato un oggetto che conoscevo da anni in una parte del problema. Uscii poco dopo le sette.

La mattina era grigia, con un cielo basso e uniforme che rendeva i palazzi più scuri del solito. La strada era ancora tranquilla, un uomo portava a spasso un cane, una donna aspettava l'autobus davanti a un bar e il proprietario del negozio all'angolo stava sollevando la serranda. Tutto aveva un aspetto così normale che mi vergognai per un momento della paura che mi stava accompagnando. Camminai fino alla fermata senza estrarre la macchina fotografica dalla borsa, poi vidi un uomo dall'altra parte della strada. Indossava un cappotto scuro e portava una borsa di cuoio a tracolla, era fermo davanti alla vetrina di un negozio chiuso, con il viso rivolto verso il vetro. Non riuscivo a vedere i suoi lineamenti ma la postura mi ricordò immediatamente quella della figura nella vecchia fotografia. Mi fermai, l'uomo alzò una mano e si sistemò il colletto del cappotto poi si voltò appena, abbastanza da mostrarmi il profilo. Non era Luca, era più giovane con i capelli chiari e il viso lungo. Non aveva nulla di particolare eppure il mio corpo aveva già reagito prima che la ragione potesse intervenire. Sentii il cuore accelerare e le dita stringersi intorno alla tracolla della borsa. L'uomo attraversò la strada e io ripresi a camminare cercando di non guardarlo, quando arrivai alla fermata mi voltai appena. Era scomparso. Non c'era alcun motivo per collegarlo a Luca, non aveva fatto niente di strano, non mi aveva rivolto la parola e non avevo la certezza che mi avesse visto. Poteva essere un passante qualsiasi ma, per la prima volta, mi resi conto di quanto fosse facile trasformare una persona sconosciuta in una minaccia quando si cominciava a cercare segni ovunque. Fu quella consapevolezza a farmi decidere di non tornare a casa, presi l'autobus e raggiunsi Ettore. Mi aspettava davanti al portone del suo palazzo con due caffè d'asporto e un'espressione che non prometteva nulla di buono. Appena mi vide, mi squadrò dalla testa ai piedi.

"Hai dormito?"

"Un pò."

"Quindi no." Mi porse un bicchiere. 

Salimmo nel suo appartamento e ci sedemmo al tavolo del soggiorno, Ettore volle vedere le fotografie che avevo scattato alla stampa, ma non si limitò a osservarle sul telefono. Le trasferì sul proprio computer, le ingrandì e confrontò i dettagli con quelli delle altre immagini. Per quasi un'ora non dicemmo nulla poi Ettore si appoggiò allo schienale.

"C'è una cosa che non mi convince."

"Quale?"

"Il timbro. Se questa fotografia proviene davvero dallo Studio Ferro, perché il nome è stato coperto? E perché compare anche in immagini che sembrano avere anni diversi?"

"Forse Luca a trovato lavoro lì."

"Possibile. Ma non spiega le annotazioni."

Indicò il retro della stampa.

"Questa frase sembra scritta a macchina, mentre il resto è a penna. Potrebbe essere stata aggiunta in seguito, qualcuno potrebbe aver preso una vecchia fotografia e averla modificata per farti credere che ci fosse un collegamento con Luca."

"E la cartella 'Assenze'?"

Ettore non rispose subito.

"Quello non lo so. Potrebbe essere una coincidenza, potrebbe essere collegato a qualcosa che non abbiamo ancora capito ma non possiamo decidere che sia una prova soltanto perché è successo all'ora indicata."

Avevo bisogno di sentirmi dire proprio quelle parole anche se non mi diedero il sollievo che speravo.

"Ho ricevuto un messaggio stamattina" dissi. "Mi hanno scritto di non usare il telefono."

Ettore si irrigidì.

"Perché non me l'hai detto subito?"

Gli mostrai il messaggio. Lo lesse, poi mi restituì il telefono senza parlare. Per la prima volta da quando avevamo cominciato a discutere della vicenda, non cercò una spiegazione immediata.

"Questo cambia le cose" disse infine. "Non sappiamo chi ti stia scrivendo, ma qualcuno sta cercando di influenzare quello che fai. Dovresti conservare i messaggi e valutare seriamente di rivolgerti alle autorità."

Annuii.

"Ma c'è un'altra cosa che voglio provare."

Ettore mi guardò con un'espressione esasperata.

"Ti prego, dimmi che non vuoi andare a cercare Luca."

"No, voglio usare la macchina fotografica."

"Per fare cosa?"

Tirai fuori la reflex dalla borsa e la posai sul tavolo.

"Voglio capire che cosa intendeva quel messaggio. L'obiettivo ricorda meglio."

"Andrea, se ti riferisci alla possibilità di vedere qualcosa attraverso l'obiettivo che non riesci a vedere a occhio nudo, voglio che tu sappia che è esattamente il genere di idea che mi preoccupa."

"Non voglio dimostrare che esistano cose soprannaturali, voglio verificare se le immagini che ottengo con la macchina fotografica contengono qualcosa di diverso da quello che vedo."

"E se non trovi niente?"

"Allora avrò un motivo in meno per continuare."

Ettore mi studiò a lungo, poi accettò di accompagnarmi. Non voleva che restassi da solo e, soprattutto, non voleva che mi mettessi a girare per la città inseguendo ombre. Decidemmo di fare una prova semplice, in un luogo pubblico, senza cercare persone sconosciute e senza coinvolgere nessuno. Uscimmo poco prima delle dieci, camminammo fino a una piccola piazza con una fontana al centro, alcuni alberi e una fila di panchine. Era un posto che conoscevo bene, abbastanza frequentato da sembrare sicuro e abbastanza tranquillo da permettermi di scattare senza attirare troppo attenzione. Scelsi un'inquadratura ampia che comprendesse la fontana, il portico di un edificio e una parte della strada. Scattai una fotografia, poi abbassai la macchina e osservai la piazza a occhio nudo. Non c'era niente di insolito: una coppia parlava vicino alla fontana, un uomo leggeva il giornale su una panchina e una ragazza attraversava la piazza con un cane al guinzaglio. Controllai l'immagine sul display, era normale. Scattai una seconda fotografia, questa volta concentrandomi sul portico; anche quella sembrava normale. Ingrandii le ombre, controllai i riflessi delle vetrine e osservai ogni dettaglio che potesse ricordarmi le immagini di Luca, ma niente. Mi sentii quasi sollevato, forse avevo trovato il modo di smettere di avere paura: smettere di interpretare le fotografie come se contenessero messaggi nascosti. Potevo tornare a usarle per quello che erano sempre state per me, un modo per conservare momenti che altrimenti sarebbero svaniti.

Stavo per riporre la macchina nella borsa quando notai un uomo seduto su una panchina, dall'altra parte della piazza. Portava un cappotto grigio e teneva una borsa di cuoio sulle ginocchia, mi si irrigidirono le spalle. Non era Luca, o almeno non riuscivo a riconoscerlo. L'uomo aveva il volto rivolto verso il basso e stava leggendo qualcosa sul telefono. Poteva essere chiunque ma la borsa era simile a quella che avevo visto nelle fotografie, e il modo in cui teneva le mani mi ricordò la figura riflessa sul vetro. Ettore seguì il mio sguardo.

"Non cominciare" disse a bassa voce.

"Non sto facendo niente."

"Stai fissando un uomo che sta leggendo il telefono."

Aveva ragione, distolsi lo sguardo e controllai la macchina fotografica. Non volevo scattare una foto a uno sconosciuto soltanto perché mi ricordava un'altra persona, poi l'uomo si alzò e chiuse il telefono senza guardarsi intorno. Per un momento mi sembrò che stesse per voltarsi verso di noi ma continuò a camminare fino a scomparire dietro una colonna. 

"Andiamo" disse Ettore.

Annuii e lo seguii verso l'uscita della piazza, avevamo quasi raggiunto la strada quando sentii un rumore metallico alle nostre spalle. Mi voltai d'istinto e una bicicletta era caduta vicino alla fontana, urtando contro una delle panchine. Il proprietario, un ragazzo con una giacca chiara, si era chinato per rialzarla.  Non era successo niente di grave, la bicicletta era scivolata dal cavalletto e il ragazzo stava già controllando che la ruota non si fosse danneggiata. Eppure il suono mi riportò immediatamente alla fotografia del soggetto 017, mi fermai.

"Andrea?" chiamò Ettore. Non risposi, sollevai la macchina fotografia e inquadrai la bicicletta, il ragazzo e la fontana sullo sfondo. Non sapevo perché lo stessi facendo, forse volevo dimostrare a me stesso che una fotografia poteva catturare un evento banale senza trasformarlo in un presagio, forse volevo soltanto conservare un'immagine che mi ricordasse quanto fossi diventato suggestionabile. Scattai. Quando controllai il display, il ragazzo era ancora chino sulla bicicletta. Tutto sembrava normale, ma sul margine destro dell'immagine c'era una figura che non ricordavo di aver visto, un uomo in piedi sotto il portico. Cappotto scuro e borsa di cuoio. La macchina fotografica nera stretta nella mano destra, mi voltai di scatto ma il portico era vuoto. Guardai di nuovo il display, la figura era ancora lì immobile con il viso rivolto verso di me. L'immagine non era sfocata, ma il volto sembrava privo di dettagli, come se la luce si fosse concentrata su ogni parte del corpo tranne che sugli occhi.

"Ettore" dissi.

La mia voce uscì più bassa di quanto volessi, lui si avvicinò e guardò lo schermo.

"Che cosa dovrei vedere?"

Gli mostrai la figura, Ettore ingrandì la fotografia e osservò il margine poi mi restituì la macchina.

"Potrebbe essere un riflesso, una persona che si è mossa durante lo scatto o un problema con l'elaborazione dell'immagine."

"Non c'era nessuno."

"Tu non l'hai visto. Non è la stessa cosa."

Quella distinzione mi fece più paura di qualsiasi spiegazione soprannaturale, Ettore aveva ragione: io non potevo sapere con certezza chi fosse presente nella piazza in quel momento. Ero concentrato sulla bicicletta, avevo guardato attraverso il mirino e avevo scattato in pochi secondi, era possibile che qualcuno fosse entrato nell'inquadratura senza che me ne accorgessi. Ma quando ingrandii ancora la figura, vidi un dettaglio che non riuscivo a spiegare. L'uomo teneva in mano una fotografia, la stringeva per un angolo esattamente come nella vecchia immagine che avevo trovato a casa. Il retro era rivolto verso l'obiettivo, ma questa volta non c'erano lettere visibili, c'era soltanto una macchia scura al centro della carta, simile a un'impronta lasciata da un dito.

Sotto la figura comparve una piccola scritta, quasi invisibile. Non era presente nella fotografia originale quando l'avevo scattata. Ne ero sicuro, perché avevo controllato il display immediatamente dopo aver premuto il pulsante. La scritta diceva:

'Non guardare me.'

Sentii un brivido attraversarmi le braccia, Ettore prese la macchina dalle mie mani e controllò le informazioni del file. Non trovò nulla di insolito: data e ora corrispondevano al momento dello scatto, le dimensioni erano normali e non c'erano indicazioni di modifiche successiva.

"Potrebbe essere un problema del display" disse. "Oppure una sovrapposizione, un errore del software. Dobbiamo trasferire il file e guardarlo su un altro dispositivo."

"E se non fosse un errore?"

Ettore mi restituì la macchina. 

"Allora avremo bisogno di capire che cosa sia. Ma non lo scopriremo restando qui a fissare quella fotografia."

Decidemmo di tornare da lui e controllare il file sul computer, durante il tragitto non parlammo molto. Io continuavo a guardarmi intorno, aspettandomi di vedere il cappotto scuro dietro una vetrina o la borsa di cuoio tra la folla. Non vidi niente di simile e nonostante ciò, non riuscivo a liberarmi dalla sensazione che qualcuno ci stesse seguendo. Una volta arrivati, trasferimmo la fotografia su due dispositivi diversi; sul computer di Ettore, l'immagine appariva identica a quella che avevo visto sulla reflex. La figura era ancora sotto il portico, con la fotografia in mano e il volto privo di dettagli ma la scritta era cambiata.

'Non guardare me, guarda il retro.'

Ettore si allontanò dallo schermo.

"Hai modificato il file?"

"No."

"Hai usato qualche filtro?"

"No."

Controllammo la cronologia del programma, le impostazioni della macchina e i dati del file. Non trovammo alcuna spiegazione, poi Ettore provò a esportare l'immagine in un formato diverso, sperando che la scritta scomparisse o che la figura rivelasse qualche artefatto digitale. Non accadde nulla di tutto ciò, la fotografia continuava a mostrare l'uomo sotto il portico. A quel punto decisi di concentrarmi sul retro della stampa che avevo lasciato a casa, non sapevo se il riferimento fosse quello ma era l'unica fotografia fisica che avevo a disposizione. Chiamai un taxi e tornai al mio appartamento, mentre Ettore rimase al computer per continuare a esaminare il file. Quando arrivai, presi la busta dal cassetto e tirai fuori la stampa. Il retro era identico a quello che avevo visto la sera precedente, con la frase e la data del 4 Novembre non c'erano nuove annotazioni, né segni che potessero spiegare il messaggio comparso nella fotografia digitale. La girai sul fronte, l'immagine della vecchia fiera era sempre la stessa: gli stand, i cosplayer, le persone che attraversavano la piazza. Luca era ancora sul margine destro, con il viso rivolto verso di me ma adesso riuscivo a distinguere un particolare che prima non avevo notato.

Tra le dita della sua mano destra teneva una piccola fotografia, il retro era rivolto verso l'obiettivo. La carta era troppo piccola per leggere eventuali scritte, e la stampa era ormai consumata da tempo tuttavia, osservando attentamente, mi accorsi che la forma della fotografia era identica a quella che avevo visto nella mano dell'uomo sotto il portico. Stesso formato, stesso angolo piegato, stessa macchia scura al centro. Mi sedetti al tavolo e appoggiai la stampa accanto alla macchina fotografica, non riuscivo a fare altro che confrontare le due immagini cercando di trovare una differenza che mi permettesse di escludere il collegamento poi sentii il telefono vibrare, era Ettore.

"Andrea, devi tornare qua."

"Hai trovato qualcosa?"

"Sì. Ho controllato la fotografia con un programma diverso, la scritta non fa parte dei metadati e non è un livello aggiunto dal software che stiamo usando. E' dentro l'immagine."

"E la figura?"

"Non lo so. Ma c'è un'altra cosa, la fotografia che hai scattato oggi contiene un elemento che non compare in nessun'altra immagine della piazza che ho trovato online."

"Quale elemento?"

Ettore esitò.

"L'uomo tiene in mano una fotografia, ho ingrandito quella zona e ho provato a correggere il contrasto. Sul retro c'è una scritta."

Mi alzai.

"Che cosa dice?"

"Non riesco a leggere tutto ma il nome è chiaro."

Sentii la gola diventare secca.

"Quale nome?"

"Il tuo."

Rimasi in silenzio, stringendo il telefono. Ettore continuò a parlare ma non riuscii a seguire le sue parole, guardavo la vecchia stampa sul tavolo, il volto di Luca e quella piccola fotografia che teneva tra le dita. Non avevo più bisogno di immaginare il collegamento perché era davanti a me, ripetuto in due immagini separate da anni.

"Andrea, mi stai ascoltando?"

"Sì."

"Devi venire qui. E questa volta non voglio che tu porti la macchina fotografica."

Avrei dovuto accettare senza discutere, avrei dovuto chiudere la busta, lasciarla sul tavolo e raggiungere Ettore a mani vuote invece, presi la reflex e controllai ancora una volta l'immagine. La figura sotto il portico era sempre presente, il volto rimaneva indistinto ma adesso la sua postura mi sembrava diversa. Non aveva più la testa leggermente inclinata era rivolto direttamente verso di me, con la macchina fotografica abbassata lungo il fianco. E la scritta sul margine inferiore non era più la stessa.

'Adesso sai dove guardare.'

Mi voltai verso la finestra, per un istante mi parve di vedere un uomo dall'altra parte della strada, fermo accanto a una vetrina. Aveva un cappotto scuro e una borsa di cuoio, non riuscii a distinguere il volto perché un autobus passò davanti al palazzo e coprì la visuale. Quando la strada tornò visibile, l'uomo non c'era più. Non uscii a cercarlo, rimasi in casa con la macchina fotografica tra le mani e cercai di convincermi che non avessi visto nulla di insolito. Non avevo prove che quell'uomo fosse Luca, né che fosse la stessa figura comparsa nelle fotografie. Non sapevo nessuno se fosse davvero stato lì o se la mia mente avesse trasformato un passante in qualcosa di familiare ma avevo cominciato a capire che il problema non era più soltanto ciò che vedevo attraverso l'obiettivo era ciò che sembrava vedermi dall'altra parte.

Quella sera, prima di andare a letto, aprii la fotografia della piazza un'ultima volta non volevo farlo ma avevo bisogno di verificare se la scritta fosse ancora presente. Il file si aprì lentamente, mostrando la fontana, la bicicletta e il portico; l'uomo era scomparso al suo posto c'era soltanto una colonna vuota. Provai un sollievo così intenso da farmi tremare le mani poi notai che sul margine destro era comparsa una nuova figura, non indossava un cappotto scuro ma la mia giacca e aveva il mio volto.

La fotografia mostrava me stesso in piedi sotto il portico, con la macchina fotografica in mano e lo sguardo rivolto verso l'obiettivo, non ricordavo di essermi mai trovato in quella posizione, non ricordavo di essermi allontanato da Ettore né di essere tornato nella piazza dopo aver scattato la fotografia. Eppure, quando ingrandii l'immagine, vidi che la mia mano destra stringeva una piccola stampa e sul retro, in una grafia che ormai riconoscevo fin troppo bene, c'era una frase.

'Il prossimo scatto sarà tuo.'

Sotto, una data.

4 Novembre.

Domani. 

Accanto alla data non c'era scritto un orario, c'era soltanto un indirizzo. Quello di casa mia.

Ogni storia merita il suo tempo. Scopri le altre Fanfiction →