Un capitolo da sfogliare
Il fotografo dell'ultimo scatto
Capitolo 8 · La prima volta
La mattina del 4 Novembre mi svegliai con la sensazione che qualcuno fosse entrato in casa durante la notte. Non avevo sentito porte aprirsi, passi nel corridoio o rumori proveniente dalle altre stanze. La serratura era intatta, le finestre chiuse e tutti gli oggetti sembravano trovarsi al loro posto eppure, appena aprii gli occhi, ebbi la certezza irrazionale che qualcosa fosse cambiato mentre dormivo. Rimasi immobile sotto le coperte, ascoltando il silenzio e cercando di distinguere i rumori normali del palazzo da quelli che la mia paura avrebbe potuto inventare. Poi ricordai la fotografia, mi alzai di scatto e raggiunsi la scrivania. La macchina fotografica era dove l'avevo lasciata, accanto al computer spento. La busta contenente la vecchia stampa era ancora sul tavolo della cucina, non c'erano segni evidenti di effrazione, nessun oggetto fuori posto, nessuna traccia di una presenza estranea.
Accesi il computer, ma prima di aprire la cartella 'Assenze' mi fermai. Non volevo vedere un'altra immagine di me stesso, non volevo scoprire che il file era cambiato durante la notte, né che qualcuno avesse aggiunto una nuova annotazione. Per qualche secondo pensai seriamente di cancellare tutto, di formattare la scheda di memoria e di liberarmi di ogni fotografia collegata a Luca Ferri. Sarebbe stato un gesto impulsivo, forse inutile, ma almeno mi avrebbe permesso di smettere di alimentare quel circolo di paura e curiosità.
Poi il telefono vibrò, era Ettore.
"Sei sveglio?"
"Sì."
"Hai guardato la fotografia?"
"Non ancora."
"Bene. Ascoltami, ho passato metà della notte a cercare informazioni sullo Studio Ferro. Non ho trovato molto ma credo di aver individuato la città."
Mi sedetti.
"Quale città?"
"Lucca."
Per qualche secondo non risposi, non era una sorpresa eppure sentire quel nome pronunciato da qualcun altro mi fece provare una sensazione sgradevole, come se un cerchio si fosse chiuso intorno a me.
"Lo studio si trovava in una traversa di via Roma, ma ha chiuso parecchi anni fa. Ho trovato una vecchia pagina di un archivio commerciale e una fotografia della vetrina. Il loro corrisponde a quello che mi hai mandato."
"E Luca?"
"Non ho trovato il suo nome tra i dipendenti, però c'è una cosa strana. Ho cercato immagini della vecchia fiera, soprattutto dell'anno in cui mi ha detto di aver scattato quella fotografia. In una foto di gruppo compare un uomo che potrebbe essere lui."
"Potrebbe?"
"La qualità è pessima. Non posso esserne sicuro ma la borsa è identica."
Mi passai una mano sul viso.
"Quindi era lì."
"Forse, e questo non significa che ti stesse seguendo. Lucca Comica è piena di fotografi, Andrea. E' possibile che vi siate trovati nella stessa piazza senza neppure accorgervene."
Era esattamente quello che avrei voluto credere, un uomo che fotografava cosplayer, una fiera affollata, un incontro casuale. Tutto poteva essere iniziato così, senza misteri e senza intenzioni nascoste. Ma quella spiegazione non chiariva le immagini comparse nella mia macchina, né la cartella che sembrava modificarsi da sola.
"Ho bisogno di tornare a Lucca" dissi.
Ettore sospirò.
"Immaginavo che l'avresti detto."
"Lo studio potrebbe essere stato ancora lì, anche se ha chiuso. Magari qualcuno conserva i registri, le fotografie, qualcosa che possa spiegare da dove arrivano queste immagini."
"E nel frattempo?"
Guardai la macchina fotografica.
"Nel frattempo cerco di non impazzire."
Ettore non rise.
"Vengo con te, ma non voglio che tu vada a cercare Luca da solo. E se troviamo qualcosa che sembra collegato a un reato, ci fermiamo e chiediamo aiuto. Niente inseguimenti, niente confronti improvvisati."
Accettai senza discutere, avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a mantenere i piedi per terra, e Ettore era l'unica persona a cui avessi raccontato tutto senza nascondere le parti più assurde. Prima di chiudere la chiamata, mi ricordò di non cancellare i messaggi e di conservare le fotografie originali poi aggiunse una frase che continuò a tormentarmi anche dopo aver riattaccato.
"Andrea, qualunque cosa tu trovi a Lucca, ricordati che non sei obbligato a capire tutto. A volte sapere abbastanza per mettersi al sicuro è più importante che scoprire ogni dettaglio."
Gli promisi che avrei tenuto a mente le sue parole, non sapevo ancora quanto sarebbe stato difficile mantenerle. Partimmo nel primo pomeriggio, durante il viaggio cercai di distrarmi osservando il paesaggio dal finestrino, ma ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo la fotografia di me stesso sotto il portico. Il mio volto era troppo riconoscibile per poterlo liquidare come un semplice errore visivo. Avevo le stesse occhiaie, la stessa piega tra le sopracciglia e perfino la piccola cicatrice sul mento che mi ero procurato anni prima cadendo dalla bicicletta, non era una persona che mi somigliava. Ero io e nella fotografia tenevo in mano una stampa che non avevo mai visto prima.
Ettore guidava senza parlare molto, ogni tanto mi chiedeva se stessi bene, e io rispondevo di sì anche quando non era vero. Non volevo trasformare il viaggio in una lunga discussione sulle mie paure. Avevamo un indirizzo, uno studio fotografico chiuso e una città da esplorare. Arrivammo a Lucca nel primo pomeriggio, non c'era la folla della fiera e le strade avevano un aspetto diverso da quello che ricordavo. Senza i padiglioni, le bancarelle e i gruppi di cosplayer, la città sembrava più silenziosa, quasi estranea. Camminammo lungo le mura, poi attraversammo alcune vie del centro fino a raggiungere l'indirizzo trovato da Ettore. Lo Studio Ferro non esisteva più, al suo posto c'era un piccolo negozio di articoli per la casa con una vetrina piena di lampade e oggetti decorativi. L'insegna era stata sostituita da anni, ma sopra la porta si distingueva ancora il segno più chiaro lasciato da una vecchia targa rimossa. Non c'era alcun riferimento alla fotografia, né un cartello che indicasse il nome del precedente proprietario.
Entrammo.
Una donna sulla cinquantina stava sistemando alcune scatole dietro il bancone. Quando le chiedemmo dello Studio Ferro, aggrottò la fronte.
"Quello che c'era qui prima? Ha chiuso tanti anni fa. Io ho preso il locale dopo."
"Sa che fine abbia fatto il proprietario?" domandò Ettore.
"Non saprei. Credo che si sia trasferito o forse è andato in pensione, non ricordo bene. La persona che mi ha venduto il negozio non era il titolare, era un intermediario."
"Conserva qualche documento? Vecchie fotografie, registri?"
La donna scosse la testa.
"Quando sono arrivata, il locale era già vuoto. C'era soltanto un armadio nel retro, ma l'hanno portato via prima che iniziassi i lavori."
La ringraziammo e uscimmo. Per un pò restammo fermi sul marciapiede, senza sapere cosa fare. Avevamo percorso diversi chilometri per trovare un negozio che non esisteva più e una persona di cui nessuno sembrava ricordare il nome. Non era esattamente il risultato che speravamo di ottenere.
"Possiamo provare a cercare l'indirizzo del vecchio proprietario" disse Ettore. "Oppure verificare se esistono archivi commerciali più completi."
Annuii, ma continuavo a guardare la porta del negozio. Avevo la sensazione che ci fosse qualcosa che non avevamo notato. Non era un'intuizione precisa, era la stessa impressione che provavo davanti alle fotografie di Luca: la certezza che un dettaglio importante fosse nascosto in piena vista, aspettando soltanto che qualcuno si accorgesse della sua esistenza. Feci un passo indietro e osservai la facciata dell'edificio. Sopra la vetrina, vicino a una grondaia, c'era una piccola telecamera di sorveglianza. Sembrava recente, installata probabilmente dal negozio attuale. Più in basso, accanto al portone del palazzo, notai una targhetta metallica con una serie di nomi. Uno di essi era quasi del tutto cancellato, riuscii a leggere soltanto il cognome.
Ferri.
Lo indicai a Ettore. Lui si avvicinò, pulì la targhetta con il pollice e cercò di distinguere le lettere restanti. Il nome era inciso su una superficie vecchia, coperta da graffi e macchie scure. Non potevamo stabilire quando fosse stato aggiunto, né se appartenesse davvero a Luca ma non era l'unica targhetta. Sotto quella con il cognome Ferri ce n'era un'altra, più piccola, con un numero di interno. Il metallo era ossidato e la scritta quasi illeggibile.
"Forse abitava qui" disse Ettore.
"Oppure lavorava qui."
"O non c'entra niente. Non possiamo saperlo."
Aveva ragione, ma ormai avevo imparato che ogni volta che cercavo di ignorare un particolare finivo per tornarci sopra pochi minuti dopo. Suonammo il campanello ma non rispose nessuno così aspettammo qualche minuto, poi suonammo di nuovo. Dal piano superiore arrivò un rumore di passi, seguito dal suono di una porta che si apriva. Un uomo anziano si affacciò alla finestra.
"Chi cercate?"
Ettore si presentò e spiegò che stavamo cercando informazioni su un vecchio studio fotografico, l'uomo ci osservò con diffidenza, poi guardò la targhetta sul portone.
"Lo Studio Ferro? È chiuso da una vita."
"Lo sappiamo" rispose Ettore. "Stiamo cercando il proprietario."
L'uomo rimase in silenzio.
"Perché?"
Non sapevo cosa rispondere, non potevo certo spiegargli che avevo trovato una cartella di fotografie apparentemente impossibili, che un uomo forse presente in quelle immagini sembrava seguirmi da anni e che il suo cognome era comparso su una vecchia stampa conservata nel mio appartamento. Alla fine dissi la prima cosa che mi venne in mente.
"Sono un appassionato di fotografia. Sto cercando di ricostruire la storia di alcuni vecchi laboratori della città."
L'uomo mi studiò per qualche secondo, poi spostò lo sguardo sulla macchina fotografica che portavo a tracolla.
"Aspettate."
Chiuse la finestra. Pensai che avesse deciso di lasciar perdere, ma dopo qualche minuto sentimmo aprirsi il portone. L'uomo era sceso al piano terra; aveva i capelli bianchi, una vestaglia scura e un paio di occhiali con le lenti spesse.
"Venite dentro" disse. "Ma non restiamo qui sul pianerottolo."
Ci condusse in un appartamento al primo piano, dove l'odore di carta vecchia e caffè si mescolava a quello del legno. La casa era piena di mobili antichi, scaffali e scatole impilate contro le pareti. Su una mensola, vicino alla finestra, c'erano alcune vecchie macchine fotografiche, probabilmente appartenute a qualcuno della famiglia. L'uomo si presentò come il signor Bellini.
"Non ero il proprietario dello studio" spiegò, "ma conoscevo il signor Ferro. Eravamo amici da giovani e quando chiuse, mi chiese di conservare alcune cose per lui. Non venne mai a riprenderle."
"Che genere di cose? domandò Ettore.
Bellini ci guardò prima di rispondere.
"Fotografie. Negativi, soprattutto. E un paio di quaderni."
Sentii il cuore accelerare.
"Li ha ancora?"
"Non tutti. Alcuni li ho consegnati a un archivio, altri li ho buttati perché erano rovinati. Ma credo di avere ancora una scatola."
Si alzò lentamente e scomparve in una stanza accanto. Lo sentimmo aprire un armadio, spostare oggetti e borbottare tra sé. Quando tornò, portava una scatola di cartone legata con uno spago. La posò sul tavolo.
"Non so se troverete qualcosa di utile. Il signor Ferro era una persona particolare. Fotografava moltissimo, ma negli ultimi anni aveva smesso di sviluppare immagini per i clienti. Diceva che alcune fotografie non dovevano essere consegnate."
Ettore mi lanciò uno sguardo.
"Perché?"
Bellini si strinse nelle spalle.
"Non me lo spiegò mai. Diceva che le persone non erano sempre pronte a vedere quello che c'era nelle fotografie."
Mi sentii improvvisamente incapace di parlare. Era una frase troppo simile a quelle che avevo trovato nella cartella 'Assenze', non dimostrava nulla ma mi sembrò di essere entrato in una stanza che conoscevo già, pur non avendoci mai messo piede. Bellini sciolse lo spago e sollevò il coperchio, dentro c'erano buste di carta, piccoli raccoglitori e alcune stampe avvolte in fogli ingialliti. Molte erano rovinate dall'umidità, alcune mostravano paesaggi, altre ritratti di persone sconosciute. In fondo alla scatola trovammo un quaderno nero con la copertina consumata, non era identico a quello che avevo visto nelle fotografie di Luca, ma gli somigliava abbastanza da farmi sentire un nodo alla gola. Ettore lo prese con cautela e lo aprì.
Le prime pagine contenevano appunti tecnici: tempi di esposizione, aperture del diaframma, formule per lo sviluppo dei negativi. Poi, a partire da una data che non riuscimmo a leggere, la grafia diventava più irregolare e le annotazioni cambiavano tono.
'Non è la prima volta che succede.'
'Il soggetto ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.'
'La fotografia è arrivata prima del ricordo.'
Voltai pagina.
'Non bisogna mai mostrare il retro.'
Mi fermai. Era la stessa frase che avevo letto sullo schermo, anche se in quel caso era formulata diversamente. Non potevo sapere se il quaderno appartenesse davvero a Ferro o se fosse stato scritto da un'altra persona, ma il contenuto sembrava descrivere esattamente il tipo di fenomeno che avevo cominciato a sperimentare.
"Chi ha scritto queste cose?" domandai.
Bellini si avvicinò al tavolo.
"Credo il signor Ferro. Ma non posso esserne sicuro. Negli ultimi anni lavorava spesso con un altro fotografo."
"Come si chiamava?"
L'uomo si tolse gli occhiali e pulì le lenti con un fazzoletto.
"Non ricordo il nome. Era un uomo più giovane di lui, anche se non saprei dire di quanto. Veniva qui ogni tanto, soprattutto in autunno. Aveva una macchina fotografica nera e una borsa di cuoio."
Mi voltai verso Ettore, non avevamo ancora una prova che quell'uomo fosse Luca, ma la descrizione coincideva fin troppo bene.
"Sa se esistono fotografie in cui compaiono entrambi?" chiesi.
Bellini indicò la scatola.
"Forse. Dovreste cercare tra quelle più vecchie."
Cominciammo a esaminare le stampe una alla volta. Alcune erano così rovinate da essere quasi illeggibili, altre erano prive di qualsiasi annotazione. Trovammo fotografie di strade, interni di negozi, gruppi di persone e ritratti realizzati in uno studio. In una busta comparivano immagini della vecchia fiera di Lucca, scattate durante anni diversi. La riconobbi subito, era la stessa piazza della fotografia che avevo conservato a casa. La stessa disposizione degli stand, le stesse bancarelle e la stessa folla. In una delle stampe comparivo anch'io, più giovane, con la mia prima macchina fotografica tra le mani.
Mi si seccò la bocca, non ricordavo che qualcuno mi avesse fotografato quel giorno eppure ero lì, sul margine sinistro dell'immagine, rivolto verso un gruppo di cosplayer. Ettore si avvicinò.
"Sei tu?"
Annuii.
"Ne sei sicuro?"
"Sì."
La fotografia era leggermente sfocata, ma non c'erano dubbi. Indossavo una giacca che avevo conservato per anni e portavo al collo la stessa macchina fotografica che avevo utilizzato durante quel viaggio. Sul retro della stampa c'era una data, seguita da una breve annotazione.
'31 Ottobre. Il ragazzo non ricorda.'
Sentii il pavimento sembrare improvvisamente instabile sotto i piedi. Non ricordavo di aver incontrato Luca, ma qualcuno aveva fotografato me durante quella giornata e aveva scritto che non ricordavo. Non potevo sapere chi avesse aggiunto la frase, né quando fosse stata scritta ma era la prima volta che trovavo un'immagine fisica che sembrava collegare la mia presenza a quella storia molto prima della comparsa della cartella 'Assenze'.
"Signor Bellini" dissi, cercando di mantenere la voce ferma. "Cosa significa questa annotazione?"
L'uomo guardò la fotografia e impallidì leggermente.
"Non lo so."
"Ma l'ha già vista?"
Bellini non rispose subito, poi si sedette.
"C'è una cosa che non vi ho detto. Il signor Ferro aveva l'abitudine di tenere da parte alcune fotografie che non voleva sviluppare. Diceva che erano immagini sbagliate, ma non nel senso tecnico del termine. Diceva che mostravano qualcosa che non era ancora accaduto."
Ettore si irrigidì.
"Qualcosa che sarebbe accaduto in futuro?"
"Non usava mai queste parole. Parlava di immagini in anticipo, di ricordi che arrivavano prima del tempo. Io pensavo che fosse diventato ossessionato dal suo lavoro. Aveva perso una persona cara, e dopo quella tragedia aveva cominciato a comportarsi in modo strano."
"Che persona?"
Bellini scosse la testa.
"Non lo so. Non me ne parlò mai."
Aprii il quaderno nero e cercai altre annotazioni. Alcune pagine erano state strappate, altre presentavano macchie che rendevano impossibile leggere il testo e verso la fine trovai una frase scritta con una grafia diversa da quella delle prime pagine.
'La prima volta ho creduto di poter cambiare ciò che vedevo.'
Sotto c'era una seconda riga.
'La seconda volta ho capito che il prezzo era già stato pagato.'
Non sapevo a chi appartenessero quelle parole, ma mi sembrarono più importanti di tutte le altre. Non parlavano soltanto di fotografie, bensì di qualcuno che aveva tentato di intervenire su qualcosa che riteneva inevitabile. Mi venne in mente Luca, il modo in cui reagiva dopo aver scattato, la sua espressione quando aveva fotografato la ragazza vestita da bambola e quella frase pronunciata davanti al bambino travestito da vampiro.
'Mi dispiace.'
Fino a quel momento avevo pensato che fosse una reazione costruita per impressionare le persone, oppure il segno di una mente disturbata. Adesso mi chiedevo se, almeno in parte, Luca credesse davvero di vedere qualcosa nelle sue fotografie. Non significava che fosse innocente, non significava che avesse ragione ma per la prima volta mi sembrò possibile che la sua ossessione fosse cominciata molto prima di quella fiera, forse proprio in quello studio fotografico.
"Posso fare una copia di queste pagine?" chiesi a Bellini.
L'uomo annuì. Fotografai le annotazioni più leggibili, le date e alcune stampe che sembravano collegate al mio passato. Non toccai i negativi, né cercai di portare via la scatola. Volevo conservare ciò che avevamo trovato, ma non avevo intenzione di trasformare quella ricerca in un furto. Prima di andarcene, Ettore chiese a Bellini se ricordasse il nome dell'altro fotografo. L'uomo rimase a lungo in silenzio, poi si alzò e tornò nella stanza accanto. Quando rientrò, aveva in mano una busta trasparente. Dentro c'era una fotografia di due uomini davanti alla vetrina dello Studio Ferro; uno era anziano, con i capelli bianchi e un sorriso appena accennato. L'altro era più giovane, con i capelli scuri e una macchina fotografica nera stretta tra le mani.
Luca Ferri.
Sul retro della fotografia c'era una data, ma l'anno era stato cancellato. Sotto, una frase scritta a penna.
'La prima volta che ha visto la fine.'
Guardai l'immagine, poi il signor Bellini.
"Chi ha scritto questa frase?"
"Non lo so" rispose. "Ma ricordo che, dopo quella fotografia, il signor Ferro non fu più lo stesso."
"Perché?"
Bellini si sistemò gli occhiali.
"Perché, qualche giorno dopo, venne da me con una busta piena di fotografie e mi chiese di conservarle. Disse che non voleva più guardarle. Disse che, se avesse continuato, avrebbe finito per fare qualcosa di terribile."
Ettore mi guardò, ma nessuno dei due parlò. Non sapevamo se il signor Ferro avesse davvero visto qualcosa nelle sue fotografie, non sapevamo se Luca avesse ereditato da lui un metodo, un'ossessione o soltanto una storia che aveva trasformato in giustificazione per le proprie azioni. E non sapevamo se quelle immagini contenessero una verità che nessuno era ancora riuscito a comprendere ma avevamo trovato il punto in cui le loro storie sembravano essersi incontrate e, per la prima volta, avevamo una ragione concreta per cercare di capire che cosa fosse successo prima.
Tornammo a casa nel tardo pomeriggio. Durante il viaggio non riuscii a smettere di pensare alla fotografia che mi ritraeva da giovane, non ricordavo di essere stato fotografato ma non potevo nemmeno escludere che qualcuno avesse scattato un'immagine mentre ero distratto. La fiera era affollata, e la presenza di altri fotografi non aveva nulla di insolito. Quello che non riuscivo a spiegarmi era l'annotazione sul retro.
'Il ragazzo non ricorda.'
Non diceva che ero stato fotografato per caso, non diceva che ero uno dei tanti soggetti della giornata. Sembrava riferirsi a qualcosa di preciso, a un evento che avrebbe dovuto lasciare un ricordo e che invece era scomparso dalla mia memoria. Quando arrivai a casa, aprii il cassetto in cui conservavo le fotografie più vecchie, volevo controllare ancora una volta la stampa che avevo trovato la mattina precedente, confrontandola con quella che Bellini ci aveva mostrato. Le posai sul tavolo, una accanto all'altra.
Erano simili, ma non identiche. Nella prima compariva Luca sul margine destro, mentre nella seconda ero io a occupare il lato sinistro. Gli stand e la disposizione della folla coincidevano quasi perfettamente, come se le due fotografie fossero state scattate a pochi secondi di distanza eppure c'era una differenza; nella stampa di Bellini, alle mie spalle, si distingueva un uomo che non avevo mai notato prima non era Luca ma era un uomo anziano, con un cappotto chiaro e una macchina fotografica al collo. Stava guardando nella mia direzione, ma non sembrava interessato a fotografarmi. Sembrava preoccupato, presi la lente d'ingrandimento e osservai il suo volto. La qualità della stampa era sufficiente a distinguere gli occhi, la bocca e una piccola cicatrice sulla guancia sinistra. Non lo riconoscevo, ma avevo la sensazione di averlo già visto in una delle immagini del quaderno. Tornai al computer e aprii le fotografie che avevo scattato a casa di Bellini. Cercai tra le stampe digitalizzate, ingrandendo i dettagli dei volti e confrontando le date. Dopo alcuni minuti trovai un'immagine che mi fece fermare.
Era un ritratto di gruppo realizzato davanti allo Studio Ferro. Il signor Ferro era al centro, con una mano appoggiata sulla spalla di un uomo più giovane. Accanto a loro c'era Luca, con la sua macchina fotografica nera. L'uomo anziano con la cicatrice era in fondo al gruppo e sul retro della stampa, il suo nome era scritto con una grafia sottile.
A. Moretti.
Non sapevo chi fosse, ma il nome compariva anche in una delle annotazioni del quaderno.
'Moretti dice che non dobbiamo intervenire.'
Sotto, con una grafia diversa, qualcuno aveva aggiunto:
'Luca non è d'accordo.'
Rimasi a fissare quelle parole per molto tempo, forse Moretti era un altro fotografo, forse un collaboratore dello studio, forse una persona coinvolta negli eventi che avevano cambiato Luca. Non avevo modo di saperlo ma la sua presenza sembrava importante e avevo la sensazione che fosse uno dei pochi elementi capaci di condurmi oltre la semplice osservazione delle fotografie. Aprii una nuova cartella sul computer e iniziai a organizzare tutto ciò che avevo raccolto: immagini, date, annotazioni, messaggi e riferimenti allo Studio Ferro. Non volevo più affidarmi alla memoria, perché ormai non mi fidavo nemmeno di quella ogni dettaglio doveva essere conservato e confrontato con gli altri. Stavo rinominando l'ultima immagine quando comparve una notifica. Non proveniva da un messaggio, né da un programma aperto era una piccola finestra del sistema che indicava l'arrivo di un nuovo file nella cartella 'Assenze'.
Mi bloccai, non avevo collegato la macchina fotografica al computer e non avevo inserito la chiavetta USB e non avevo aperto alcuna applicazione che potesse trasferire immagini. Il file si chiamava 018.jpg, lo aprii. Era un ritratto di un uomo anziano, seduto davanti a una finestra. Indossava una camicia chiara e teneva le mani appoggiate sulle ginocchia. Il volto era scavato, i capelli bianchi e gli occhi stanchi. Sulla guancia sinistra si vedeva una piccola cicatrice.
A. Moretti.
Il cuore cominciò a battermi più forte. Non sapevo se l'uomo fosse ancora vivo, né dove si trovasse. Non sapevo se la fotografia fosse stata scattata recentemente o se fosse una vecchia immagine recuperata da un archivio ma il file conteneva una data di creazione: 4 novembre, ore 18:42. Guardai l'orologio ed erano le 18:42. Sotto la fotografia, nella stessa grafia che ormai conoscevo fin troppo bene, c'era una nuova annotazione.
'La prima volta non sono riuscito a fermarlo.'
Poi una seconda riga.
'La seconda volta sarà diverso.'
Mi allontanai dallo schermo, non ebbi paura soltanto di ciò che poteva accadere ma ebbi paura di quello che qualcuno stava cercando di farmi fare perché se Luca Ferri credeva davvero di poter cambiare il futuro attraverso le fotografie, allora Moretti poteva essere la persona che conosceva la sua storia meglio di chiunque altro. E se qualcuno aveva appena aggiunto il suo ritratto alla cartella 'Assenze', significava che quella storia non era finita.
Era appena ricominciata.
Ogni storia merita il suo tempo. Scopri le altre Fanfiction →