Un capitolo da sfogliare
Il fotografo dell'ultimo scatto
Capitolo 2 · L'uomo con la macchina fotografica
Non risposi al messaggio, rimasi a fissare lo schermo del telefono per diversi minuti rileggendo quelle due frasi nella speranza che, a furia di guardarle, perdessero il loro significato. Non successe, le parole erano sempre lì, semplici e inquietanti nella loro apparente banalità.
'Se oggi hai visto Luca Ferri, non cercarlo. E soprattutto, non chiedergli mai che cosa vede nelle sue fotografie.'
La prima cosa che pensai fu che qualcuno volesse spaventarmi. Durante le convention capitava di conoscere persone particolari, appassionati che si divertivano a inventare storie misteriose o a organizzare piccoli scherzi a tema horror. Era Halloween, dopotutto e quale occasione migliore per mandare un messaggio del genere a uno sconosciuto? Eppure, c'era qualcosa che non riuscivo a spiegarmi. Come faceva quella persona a sapere che avevo incontrato Luca?
Non avevo pubblicato fotografie che lo ritraessero, non avevo parlato di lui con nessuno e, a parte qualche commento sui social, non avevo raccontato a nessuno ciò che era successo durante la giornata. Certo, qualcuno avrebbe potuto vedermi mentre gli parlavo la piazza era piena di gente, e non era impossibile che un altro fotografo avesse assistito al nostro incontro. Era una spiegazione ragionevole, mi aggrappai a quella spiegazione perché non ne avevo altre. Alla fine scrissi un messaggio.
'Chi sei?'
Lo inviai prima di poterci ripensare, comparve la scritta che indicava l'avvenuto invio ma non ricevetti alcuna risposta. Attesi un minuto, poi due alla fine appoggiai il telefono sul comodino, mi girai dall'altra parte e cercai di dormire. Non ci riuscii facilmente, ogni volta che chiudevo gli occhi, mi tornava in mente il volto di Luca mentre guardava il display della macchina fotografica. Non era tanto l'espressione che mi aveva colpito, quanto il modo in cui sembrava cambiare da una persona all'altra. Con me era stato cordiale, persino simpatico; con la ragazza vestita da bambola aveva mostrato una tristezza improvvisa; con il bambino travestito da vampiro, invece, aveva avuto un'espressione che ancora non riuscivo a interpretare forse era semplicemente un uomo sensibile, forse lavorare per anni a contatto con le persone gli aveva insegnato a leggere emozioni che a me sfuggivano o forse ero io a cercare un significato nascosto in gesti che non ne avevano alcuno.
Mi addormentai soltanto verso le tre del mattino. Il giorno seguente, quando mi svegliai, la prima cosa che feci fu controllare il telefono. Nessuna risposta. Il messaggio era ancora lì, ma il profilo da cui proveniva non mostrava più alcuna immagine. Provai ad aprirlo, convinto che l'account fosse stato cancellato o disattivato ma la pagina si caricò per qualche secondo, poi comparve un avviso che non mi permise di visualizzare il profilo. Rimasi seduto sul bordo del letto, con il telefono in mano. Per un momento considerai l'idea di cercare Luca online, magari per capire se qualcuno avesse mai parlato di lui in termini simili poi mi ricordai dell'avvertimento e mi sentii ridicolo.
Non ero un investigatore, non ero il protagonista di un film horror e, soprattutto, non avevo nessun motivo per credere che un fotografo che avevo incontrato a una fiera fosse coinvolto in qualcosa di losco soltanto perché uno sconosciuto mi aveva mandato due messaggi.
Mi prepari un caffè, feci una doccia e controllai le previsioni del tempo. La pioggia era cessata durante la notte, ma il cielo era ancora coperto. Pensai che avrei potuto approfittare della giornata per visitare le zone della fiera che non avevo visto il giorno precedente. La mia intenzione era semplice: uscire, fotografare, divertirmi e smettere di pensare a Luca Ferri. Naturalmente, non andò così.
Arrivai nei pressi delle mura poco dopo le nove. La città si stava svegliando lentamente, ma la fiera aveva già ripreso il suo ritmo. I primi visitatori si muovevano tra le strade con le borse degli acquisti ancora vuote, mentre alcuni cosplayer sistemavano gli ultimi dettagli dei loro costumi prima di cominciare a posare per le fotografie.
L'aria era fredda e umida. Sulle pietre erano rimaste piccole pozze d'acqua, nelle quali si riflettevano le insegne colorate degli stand. Il cielo sembrava più basso del giorno precedente, e una nebbia leggera si era raccolta in alcuni punti meno esposti al sole. Mi fermai per comprare un cornetto e un cappuccino in un bar vicino a una delle strade più frequentate. Mentre aspettavo il mio orine, controllai i messaggi ancora nessuna risposta. Aprii il profilo di Luca, aveva pubblicato una nuova fotografia durante la notte accompagnata da una didascalia piuttosto generica. Era il ritratto di un ragazzo vestito da personaggio fantasy, con una spada appoggiata sulla spalla e un'espressione seria. La fotografia era bella, non potevo negarlo. Il soggetto era illuminato da una luce morbida, mentre lo sfondo sfocato metteva in risalto il costume. Luca sapeva esattamente come rendere interessante una persona attraverso l'obiettivo, scorsi i commenti.
Qualcuno gli chiedeva informazioni sull'attrezzatura; un altro gli faceva i complimenti per la composizione; una ragazza gli domandava se sarebbe stato presente anche quel giorno. Luca aveva risposto a tutti, poi notai un commento pubblicato da un account che non riconoscevo.
'Un altro che non vedremo più'
Mi si gelò qualcosa nello stomaco, il commento era stato scritto pochi minuti prima ma quando aggiornai la pagina era scomparso. Rimasi a fissare lo schermo, forse l'autore lo aveva cancellato, forse Luca lo aveva rimosso o forse avevo letto male. Cercai di ricordare il nome dell'account, ma non ci riuscii. Mi era rimasta impressa soltanto la frase, un altro che non vedremo più. Pensai alla ragazza vestita da bambola gotica, poi al bambino che Luca aveva fotografato e infine al messaggio che avevo ricevuto durante la notte. Mi costrinsi a chiudere il telefono, quel giorno non avrei cercato Luca Ferri era una decisione semplice e avevo intenzione di rispettarla. Almeno fino a quando non lo vidi dall'altra parte della strada.
Lo riconobbi immediatamente. Era fermo vicino a un gruppo di cosplayer con la macchina fotografica appesa al collo e la borsa di cuoio sulla spalla. Indossava lo stesso giubbotto scuro del giorno precedente, ma quella mattina aveva aggiunto una sciarpa grigia che gli copriva parte del collo. Stava parlando con una ragazza vestita da personaggio di un videogioco, lei rideva mentre lui le mostrava qualcosa sul display della macchina fotografica. Sembrava tranquillo, normale. Non aveva l'aspetto di un uomo che nascondeva un segreto terribile, e non riuscivo a capire perché quella semplice constatazione mi provocasse un senso di disagio invece di tranquillizzarmi. Avrei potuto cambiare strada, avrei potuto fingere di non averlo visto e continuare la mia passeggiata ma invece rimasi a osservarlo da lontano.
Non so quanto tempo passò forse un minuto, forse due. La ragazza lo ringraziò e si allontanò insieme a un'amica. Luca controllò la fotografia, fece scorrere alcune immagini sul display e poi sollevò lo sguardo ed è lì che mi vide anche da quella distanza, fui certo che mi avesse riconosciuto. Mi salutò con la mano, avrei potuto ignorarlo invece ricambiai il saluto. Luca attraversò la strada quando il passaggio si liberò e mi raggiunse con un sorriso cordiale.
"Andrea! Buongiorno."
"Buongiorno."
"Allora, com'è andata ieri? Hai fatto belle fotografie?"
La domanda era così normale che mi sentii immediatamente stupido per essermi lasciato condizionare da quei messaggi.
"Abbastanza. Ho scattato parecchio."
"E' sempre così a Lucca. Si torna a casa con centinaia di fotografie e la sensazione di non aver visto nemmeno la metà delle cose."
Rise piano. Io sorrisi, anche se non ero del tutto a mio agio. Luca indicò la mia macchina fotografica.
"Hai portato la stessa attrezzatura di ieri."
"Sì. Non ho molto altro."
"Non serve avere tante cose. Bisogna imparare a conoscere quelle che si possiedono."
Era una frase che avrei potuto condividere senza esitazioni, poi aggiunse:
"Anche se, a volte, conoscere troppo bene uno strumento può diventare un problema."
Lo disse con naturalezza, quasi distrattamente, mentre controllava la tracolla. Mi tornò in mente il messaggio ricevuto la sera precedente.
'Non chiedergli mai che cosa vede nelle sue fotografie.'
Avrei voluto domandargli che cosa intendesse, la curiosità però non era abbastanza forte da superare il disagio che provavo.
"Hai già fotografato molto stamattina?" chiesi.
"Abbastanza."
"Hai un bel profilo. Ho dato un'occhiata alle tue fotografie."
Luca sollevò lo sguardo.
"Ah, sì?"
"Sì. Sei molto bravo."
"Ti ringrazio."
Per un momento sembrò sinceramente contento poi il suo viso si fece più serio.
"Hai visto anche quelle di ieri?"
La domanda mi colse impreparato.
"Alcune. Ce n'era una che mi interessava particolarmente."
Non dissi nulla. Luca mi osservò, come se aspettasse che aggiungessi qualcosa.
"Quella della ragazza vestita da bambola", precisò. Mi si seccò la bocca.
"Sì. L'ho vista."
"Sai chi era?"
"No. Non la conoscevo." Luca annuì lentamente.
"Peccato."
Il suo torno era cambiato non molto, ma abbastanza da farmelo notare.
"Perché?"
Lui sembrò esitare poi sorrise di nuovo.
"Mi sarebbe piaciuto sapere se era riuscita a ritrovare i suoi amici."
Non risposi subito, la frase mi sembrò innocua ma c'era qualcosa che non tornava. Se voleva sapere se la ragazza avesse ritrovato i suoi amici, perché non le aveva chiesto un contatto? Perché non le aveva inviato la fotografia? E perché, dopo aver scattato, aveva cancellato l'immagine del bambino che aveva fotografato poco dopo? Mi accorsi che stavo stringendo troppo forte la tracolla della macchina fotografica. Luca seguì il movimento dei miei occhi.
"Tutto bene?"
"Sì. Perché?"
"Sembri preoccupato." Scossi la testa.
"Ho dormito poco, capita."
Si sistemò la sciarpa e guardò verso la piazza.
"A proposito, oggi dovrebbero esserci parecchi cosplayer interessanti. Se vuoi fare qualche fotografia insieme, possiamo organizzarci."
La proposta mi sorprese.
"Insieme?"
"Certo. Possiamo alternarci. Tu fotografi, io ti do qualche consiglio. Oppure il contrario."
Era un'offerta generosa, se l'avessi ricevuta il giorno precedente probabilmente avrei accettato senza pensarci. In quel momento, però, tutto ciò che desideravo era allontanarmi da lui.
"Ti ringrazio, ma preferisco girare da solo."
Luca non sembrò offendersi.
"Come vuoi."
Mi tese nuovamente la mano, come se ci stessimo salutando dopo una conversazione qualsiasi.
"Buona giornata, Andrea."
Gli strinsi la mano, la sua pelle era fredda. Non fredda come quella di qualcuno che aveva trascorso la mattina all'aperto, ma in un modo che mi fece pensare a un oggetto rimasto a lungo in una stanza senza riscaldamento. Probabilmente era soltanto una mia impressione. Quando ci separammo, Luca si allontanò verso la piazza mentre io rimasi fermo per qualche secondo seguendolo con lo sguardo. Poi feci la cosa che mi ero ripromesso di non fare. Lo seguii.
Non fu una decisione consapevole, almeno non all'inizio. Mi dissi che stavo andando nella stessa direzione, che volevo soltanto capire dove si trovassero alcuni stand e che non avevo alcuna intenzione di spiare qualcuno. Eppure, ogni volta che Luca rallentava, rallentavo anch'io. Quando si fermava per parlare con un cosplayer, mi sistemavo a una distanza sufficiente per non attirare la sua attenzione. Non mi sentivo orgoglioso di quello che stavo facendo. Mi sembrava una cosa meschina, soprattutto nei confronti di un uomo che, fino a quel momento, non aveva fatto nulla di apertamente sbagliato. Ma non riuscivo a ignorare quella sensazione, volevo capire perché i suoi comportamenti mi sembrassero tanto strani. La prima cosa che notai fu che Luca non fotografava chiunque, sceglieva con attenzione le persone a cui avvicinarsi. Passava accanto a gruppi di cosplayer senza rivolgere loro nemmeno uno sguardo, poi si fermava davanti a un singolo individuo e cominciava a studiarlo. A volte chiedeva il permesso per scattare una fotografia, altre volte parlava con la persona per qualche minuto prima di sollevare la macchina fotografica. Sembrava interessato soprattutto ai volti, non tanto ai costumi quanto alle espressioni di chi li indossava. Quando fotografava qualcuno, gli chiedeva spesso di guardare leggermente fuori dall'inquadratura oppure di assumere un'espressione meno sorridente.
"Non devi per forza sorridere" lo sentii dire a un ragazzo vestito da guerriero.
"Ma il personaggio sorride sempre nelle immagini ufficiali" rispose il ragazzo.
Luca scosse la testa.
"Le persone non sono personaggi. A volte, la fotografia migliore è quella in cui smettono di recitare."
Il ragazzo sembrò pensarci per un momento, poi accettò di posare nuovamente. Luca scattò, guardò il display e per un istante il suo volto si irrigidì. Non ebbi il tempo di vedere la fotografia ma notai che il fotografo abbassò la macchina molto lentamente. Il ragazzo gli domandò se fosse successo qualcosa, lui rispose di no poi gli mostrò l'immagine sorridendo con una naturalezza che mi sembrò quasi eccessiva. Il ragazzo ringraziò e si allontanò, Luca rimase fermo con il pollice appoggiato sul bordo della macchina fotografica. Non cancellò la fotografia, questa volta no la osservò ancora per qualche secondo poi aprì la borsa di cuoio e tirò fuori un piccolo taccuino nero. Scrisse qualcosa e quando ebbe finito, richiuse il taccuino e lo rimise nella borsa. Avrei voluto avvicinarmi per leggere quello che aveva scritto, ma non ne ebbi il coraggio piuttosto continuai a seguirlo.
Nel giro di un'ora lo vidi fotografare altre quattro persone. Con due si comportò come un normale fotografo, con le altre due invece accadde qualcosa di simile a ciò che avevo osservato. Dopo lo scattò Luca si fermava, guardava il display e la sua espressione cambiava. Una volta si portò una mano alla bocca come se avesse trattenuto un'esclamazione; un'altra volta chiuse gli occhi per qualche respirando profondamente. In entrambi i casi, dopo aver parlato con i soggetti, riprendeva il suo lavoro. Cominciai a chiedermi se soffrisse di qualche problema di salute forse aveva crisi d'ansia, forse era stanco, forse c'era una spiegazione molto più semplice di quella che stavo immaginando. Ma allora perché continuava a guardare quelle fotografie come se contenessero qualcosa di terribile?
Verso mezzogiorno, Luca si fermò davanti a uno stand che vendeva accessori per cosplay. Acquistò una bottiglietta d'acqua, la infilò nella borsa e si allontanò dalla strada principale. Pensai che fosse diretto verso una zona meno affollata per fare una pausa.
Lo seguii fino a una piazzetta laterale, dove alcune persone si erano sedute sui gradini di un edificio. Il rumore della fiera arrivava attutito e per la prima volta da quando ero arrivato quella mattina mi sembrò di trovarmi lontano dalla confusione. Luca si sedette su un muretto, tirò fuori il taccuino nero e lo aprì sulle ginocchia cominciando a scrivere. Mi fermai dietro l'angolo di un edificio, cercando di non farmi vedere. Da quella distanza non riuscivo a leggere le parole ma potevo osservare i suoi movimenti. Scriveva lentamente, fermandosi ogni tanto per guardare una fotografia sul display poi tornava a scrivere. Dopo qualche minuto chiuse il taccuino e lo ripose nella borsa, si alzò controllò l'orologio e si guardò intorno. Per un istante pensai che mi avesse visto, il suo sguardo si fermò proprio nella mia direzione, mi ritrassi immediatamente dietro l'angolo e rimasi immobile trattenendo il respiro. Sentii i suoi passi avvicinarsi.
Uno.
Due.
Tre.
Poi si fermarono, non sapevo che cosa fare se fosse comparso davanti a me avrei dovuto inventarmi una scusa. Avrei potuto dire che stavo cercando un bagno, o che avevo ricevuto una telefonata e mi ero fermato a rispondere. Qualsiasi cosa sarebbe stata meglio che ammettere di averlo seguito per quasi un'ora, i passi ripresero ma questa volta si allontanarono. Aspettai ancora qualche secondo prima di sporgermi, Luca stava tornando verso la piazza con la macchina fotografica appesa al collo.
Mi rilassai, poi vidi qualcosa che mi fece cambiare idea. Prima di svoltare l'angolo, Luca si fermò non si voltò completamente girò soltanto la testa quel tanto che bastava per guardare nella mia direzione e sorrise. Non era il sorriso cordiale che mi aveva rivolto quella mattina era un sorriso piccolo, quasi impercettibile un sorriso che sembrava dire che sapeva esattamente dove mi trovavo poi riprese a camminare. Rimasi nascosto ancora per qualche minuto, cercando di convincermi che fosse tutto nella mia testa. Quando finalmente uscii dal mio nascondiglio, mi accorsi di avere le mani sudate mi sentivo ridicolo. Stavo seguendo uno sconosciuto, interpretando ogni suo gesto come un indizio e trasformando una giornata normale in una specie di indagine improvvisata. Forse avevo bisogno di mangiare qualcosa, forse avevo dormito troppo poco, forse avrei dovuto smettere di guardare film horror. Mi dissi tutte queste mentre tornavo verso la strada principale poi, passando davanti a una bancarella che vendeva stampe e fotografie, sentii due persone parlare alle mie spalle.
"Ti ricordi quello dell'anno scorso?"
"Quale?"
"Il fotografo. Quello che fotografava tutti e poi chiedeva se poteva tenersi una copia."
"Non so di chi parli."
"Quello con la macchina fotografica nera. Dicono che sia sparito un ragazzo dopo che gli aveva fatto una foto."
Mi fermai. Non mi voltai immediatamente, avevo paura che si accorgessero che stavo ascoltando.
"Ma dai" rispose l'altra persona. "Sono le solite storie che girano durante le fiere."
"Sì, lo so. Però mia cugina dice che lo aveva visto anche lei. E che aveva una specie di album con le fotografie delle persone che sparivano."
"Un album?"
"Sì. Non so se sia vero."
Le loro voci si allontanarono mentre riprendevano a camminare, rimasi fermo per qualche secondo. Un fotografo con una macchina nera, un album con le immagini di persone scomparse. Mi voltai finalmente verso le due persone, ma ormai si erano confuse nella folla avrei voluto raggiungerle e chiedere loro maggiori informazioni ma non lo feci. Perché, in quel momento, capii che non ero l'unico ad aver sentito parlare di quella storia e se anche solo una parte di ciò che avevo appena ascoltato fosse stata vera, allora Luca Ferri non era soltanto un fotografo con un comportamento insolito. Era qualcuno di cui altre persone avevano già avuto paura. Nel primo pomeriggio decisi di smettere di seguirlo, non perché avessi perso interesse, ma perché cominciavo a sentirmi sempre più a disagio. Volevo parlare con qualcuno, confrontarmi con un amico e capire se stessi esagerando. Mandai un messaggio a Ettore, un ragazzo che conoscevo da alcuni anni e che aveva partecipato con me a diverse fiere.
'Ti ricordi se l'anno scorso hai visto un fotografo di nome Luca Ferri a Lucca?'
La risposta arrivò quasi subito.
'Forse, perché?'
Gli spiegai brevemente che avevo incontrato quell'uomo e che mi era sembrato un pò strano. Non gli raccontai dei messaggi anonimi, non gli parlai della ragazza scomparsa, né del bambino che avevo visto fotografare. Volevo prima capire se Ettore sapesse qualcosa, dopo qualche minuto ricevetti una chiamata.
"Ehi, che succede?"
"Mi hai scritto di Luca Ferri."
"Sì."
"Dove l'hai incontrato?"
La domanda mi sorprese. "A Lucca ieri e oggi. Perché?"
Dall'altra parte calò il silenzio.
"Ettore?"
"Ascolta" disse infine. "Non so se sia lo stesso uomo, ma l'anno scorso avevo sentito una storia su un fotografo che girava per le fieri."
Mi appoggiai a una parete, cercando un posto meno rumoroso.
"Che storia?"
"Una ragazza aveva raccontato che un suo amico era stato fotografato da uno sconosciuto durante una fiera. Qualche tempo dopo, questo amico era scomparso. Non ricordo tutti i dettagli, e probabilmente la storia era stata ingigantita."
"E il fotografo?"
"Non lo so. Credo che qualcuno avesse pubblicato delle fotografie online, ma non ricordo il nome."
Mi passai una mano tra i capelli.
"Ettore, secondo te potrebbe essere lui?"
"Non posso dirtelo. Non so nemmeno se stiamo parlando della stessa persona."
Aveva ragione, non avevamo prove i nulla. Gli raccontai che Luca mi era sembravo turbato dopo aver scattato alcune fotografie, ma Ettore non seppe cosa rispondere.
"Magari ha problemi personali" disse. "O magari è uno che si prende troppo sul serio. Non lo so, Andrea."
"Già."
"Però, se ti mette a disagio, lascia perdere. Non sei obbligato a stargli vicino."
Lo ringraziai e chiusi la chiamata, per qualche minuto rimasi a guardare le persone che passavano davanti a me. Mi resi conto che Ettore aveva detto la stessa cosa che avevo pensato io la sera precedente, on ero obbligato a stargli vicino. Avrei potuto ignorarlo, finire la mia giornata e tornare a casa senza occuparmi di quella storia era la cosa più sensata da fare. Eppure, mentre riponevo il telefono, notai qualcosa dall’altra parte della strada. Luca Ferri era fermo davanti a uno stand, stava parlando con un ragazzo vestito da personaggio horror. Il ragazzo indossava una maschera bianca, con una lunga bocca nera e due occhi scuri che sembravano buchi nel tessuto. Il costume era molto elaborato e aveva attirato l’attenzione di persone diverse.
Luca gli stava chiedendo di posare, il ragazzo accettò. Si mise davanti a una parete di mattoni, inclinò la testa e sollevò una mano all’altezza del viso. Luca regolò l’obiettivo e scattò, poi guardò il display. Questa volta vidi qualcosa che non avevo mai visto prima, la macchina fotografica gli tremò tra le mani non molto soltanto un piccolo movimento, quasi impercettibile. Ma Luca non riuscì a nasconderlo e il ragazzo si tolse la maschera.
"Tutto bene?"
Luca non rispose, guardava lo schermo con gli occhi spalancati poi fece un passo indietro. Il ragazzo rise nervosamente.
"E’ così brutta?"
Luca sollevò lo sguardo, per la prima volta da quando lo conoscevo sembrava davvero spaventato.
"No" disse. La sua voce era appena un sussurro.
"No, non può essere."
Il ragazzo aggrottò la fronte.
"Come, scusi?"
Luca scosse la testa, come se stesse cercando di liberarsi da un pensiero, poi afferrò il braccio del ragazzo. Non lo strinse con forza, ma il gesto fu abbastanza improvviso da farlo irrigidire.
"Ascoltami" disse. "Oggi non andare da nessuna parte da solo."
Il ragazzo rimase immobile.
"Cosa?"
Luca sembrò rendersi conto di ciò che aveva fatto, lasciò immediatamente il braccio del ragazzo e si guardò intorno. Alcune persone avevano notato la scena.
"Scusami" disse. "Non volevo spaventarti."
Il ragazzo si allontanò di un passo.
"Ma che le prende?"
Luca non rispose, si limitò a osservare la fotografi sul display poi, con un movimento rapido la cancellò. Il ragazzo gli rivolse un’occhiata diffidente e se ne andò, Luca rimase solo e per qualche secondo non si mosse poi sollevò la macchina fotografica e guardò verso la strada, verso di me. Questa volta non sorrise, mi fissò con un’espressione che non riuscii a interpretare ma che mi fece capire una cosa con assoluta certezza. Non volevo più trovarmi vicino a quell’uomo, mi voltai e mi allontanai il più velocemente possibile non corsi, non volevo attirare l’attenzione e una parte di me continuava a ripetermi che non era successo nulla di veramente grave. Un fotografo aveva reagito in modo strano a una fotografia, aveva detto a uno sconosciuto di non andare da solo da nessuna parte. Era bizzarro, certo, ma non significava necessariamente che fosse pericoloso eppure, mentre mi allontanava, continuavo a ripensare alle sue parole.
'Oggi non andare da nessuna parte da solo.'
Non sembrava una minaccia, sembrava un avvertimento ed era proprio questo a spaventarmi.
Verso sera, quando la fiera cominciò lentamente a svuotarsi in alcune zone, decisi di tornare alla struttura in cui alloggiavo. Avevo scattato molte fotografie ma non riuscivo più a concentrarmi sul mio lavoro. Ogni volta che sollevavo la macchina fotografica, mi domandavo che cosa vedesse Luca attraverso il sul obiettivo. Mi tornavano in mente le sue espressioni, le fotografie cancellate, il taccuino nero e soprattutto, quella frase.
'Ci sono fotografie che è meglio non scattare.'
Non sapevo che cosa significasse, ma cominciavo a pensare che non fosse stata una semplice battuta. Mentre camminavo, tirai fuori il telefono e controllai nuovamente il messaggio anonimo. Era ancora lì. Decisi di provare a contattare il profilo da un account, ma non riuscii a trovarlo era come se non fosse mai esistito. Mi fermai sotto un portico per controllare le fotografie scattate durante il pomeriggio, scorsi le immagini una dopo l’altra cercando di distrarmi. C’erano costumi elaborati, gruppi di amici, ritratti e scorsi della città. Alcune fotografie mi piacquero più di altre, e per un momento tornai a sentirmi tranquillo poi arrivai a un’immagine che non ricordavo di aver scattato. Era una fotografia della piazza, ripresa a una posizione leggermente laterale. La folla occupava quasi tutta l’inquadratura, il primo piano di vedeva una ragazza con un costume rosse, mentre sullo sfondo alcune persone stavano posando davanti a un edificio e non c’era nulla di particolare quando notai una figura ai margini dell’immagine. Un uomo con un giubbotto scuro, una borsa di cuoio sulla spalla, una macchina fotografia appesa al collo. Luca Ferri.
Non mi sorprese trovarlo in una delle mie fotografie, era stato presente in molte zone della fiera, e probabilmente aveva scattato mentre si trovava nelle vicinanze. Quello che mi sorprese fu la posizione in cui si trovava, era fermo davanti a un muro, con la macchina fotografica abbassata. Non stava fotografando nessuno, guardava direttamente verso di me, ingrandii l’immagine e la qualità non era sufficiente per distinguere chiaramente i lineamenti del suo volto, a riuscii a vedere qualcosa che mi fece sentire un brivido lungo la schiena. Luca stava sorridendo, non un sorriso cordiale, non quello che mi aveva rivolto quando ci eravamo presentati era un sorriso diverso, appena accennato, come se avesse appena scoperto qualcosa che lo rendeva felice. Rimasi a fissare la fotografia poi notai un dettaglio ancora più strano la data dello scatto non corrispondeva all’ora in cui ricordavo di aver fotografato la piazza. Controllai le informazioni del file, la fotografia risultava scattata alle 15:47 ma a quell’ora ero dall’altra parte della città seduto su un muretto, e avevo il telefono in mano mentre parlavo con Ettore. Non poteva essere la stessa immagine o almeno, non avrebbe dovuto esserlo. Controllai le fotografie precedenti e successive, le altre avevano tutte orari coerenti soltanto quella sembrava fuori posto.
Mi disi che probabilmente avevo letto male i dati, oppure che la macchina fotografica aveva registrato un orario sbagliato. Era una spiegazione possibile, ma non riuscivo a capire perché tra tutte le fotografie che avevo scattato quel giorno, soltanto quella contenesse l’immagine di Luca mentre mi guardava. La cancellai questa volta non volevo conservarla, non volevo averla sul telefono, sul computer o su una scheda di memoria. Non volevo più vedere quell’uomo, riposi la macchina fotografica nello zaino e ripresi a camminare, non mi voltai non volevo sapere se fosse ancora lì.
Quando arrivai nella mia stanza, era già buio. Mi tolsi la giacca, appoggiai lo zaino sulla sedia e accesi la luce. La stanza era esattamente come l'avevo lasciata quella mattina; il letto era sfatto, la tazza del caffè ancora sul comodino e la finestra leggermente appannata per l'umidità. Mi sentii improvvisamente stanco, avevo trascorso quasi due giorni a pensare a un uomo che conoscevo appena, lasciando che una serie di coincidenze influenzasse il mio modo di vedere le cose, non era da me. Decisi che avrei smesso di cercare spiegazioni; avrei cenato, fatto una doccia e trascorso il resto della serata guardando qualcosa al computer.
Domani sarei tornato a casa, la storia sarebbe finita lì. Mi sedetti sul letto e presi il telefono, avevo ricevuto un nuovo messaggio. Pensai che fosse Ettore ma il mittente era lo stesso account sconosciuto della notte precedente. Il profilo continuava a non mostrare alcuna immagine, aprii la conversazione. C'era una sola frase.
'Ti ha già fotografato, vero?'
Rimasi immobile e rilessi il messaggio poi guardai lo zaino appoggiato sulla sedia, la macchina fotografica era lì dentro. La mia macchina fotografica, quella con cui avevo scattato centinaia di immagini durante la giornata, quella in cui avevo trovato la fotografica di Luca. Mi alzai, aprii lo zaino e tirai fuori la reflex, accesi il display e le fotografie erano ancora lì tranne quelle che avevo cancellato.
Cominciai a scorrerle lentamente, controllando i dettagli di ogni immagine, non sapevo che cosa stessi cercando. Forse volevo soltanto dimostrare a me stesso che non c'era nulla di strano, che avevo immaginato tutto e che il giorno seguente avrei potuto dimenticare quella storia. Poi arrivai all'ultima fotografia, non ricordavo di averta scattata. Era un'immagine della strada davanti alla struttura in cui alloggiavo. Si vedeva l'ingresso, una parte del marciapiede e la finestra della mia stanza, illuminata dall'interno. La fotografia era stata scattata dall'esterno, da qualcuno che si trovava dall'altra parte della strada. Ingrandii l'immagine, la finestra era visibile soltanto in parte ma riuscii a distinguere una figura riflessa nel vetro. Un uomo, un giubbotto scuro, una macchina fotografica appesa al collo, Luca Ferri. Il fil riportava un orario che non riuscivo a spiegare, la fotografia sembrava essere stata scattata pochi minuti prima ma io ero già nella mia stanza e non avevo mai puntato la macchina fotografica verso quella finestra. Rimasi a fissare l'immagine, incapace di muovermi poi notai una cosa. Luca non stava guardando la finestra, stava guardando l'obiettivo come se sapesse che, prima o poi, avrei trovato quella fotografia, come se l'avesse lasciata lì apposta. Abbassai lentamente la macchina fotografica, il telefono vibrò sul letto era arrivato un altro messaggio.
'Adesso sai perché ti avevo detto di non cercarlo.'
Questa volta non risposi, non provai a chiedere chi fosse quella persona, non cercai di contattare Luca. Mi limitai a spegnere il telefono e a restare seduto sul bordo del letto, con la macchina fotografia tra le mani. Per la prima volta da quando ero arrivato a Lucca, ebbi paura di guardare attraverso il mirino. Perché, se quella fotografia era davvero stata scattata senza che me ne accorgessi, significava che qualcuno era stato davanti alla mia finestra. Qualcuno che sapeva dove alloggiavo, qualcuno che mi aveva osservato e se quell'uomo era Luca Ferri, allora dovevo cominciare a prendere sul serio una possibilità che fino a quel momento avevo cercato di ignorare. Forse non ero stato io a seguirlo, forse era sato lui a lasciarmi credere di farlo e forse, fin dal nostro prima incontro, non ero mai stato soltanto un fotografo curioso che si era trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Forse ero diventato il soggetto di una fotografia che non avrei mai dovuto vedere.
Quella notte non riuscii a dormire, ogni volta che chiudevo gli occhi, mi tornava in mente il sorriso di Luca e, anche se non potevo saperlo, da qualche parte nella stessa città un uomo stava probabilmente scrivendo una nuova annotazione nel suo taccuino nero. Una frase breve, una data, un nome magari il mio.
Ogni storia merita il suo tempo. Scopri le altre Fanfiction →