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Un capitolo da sfogliare

Il fotografo dell'ultimo scatto

Capitolo 5 · La fotografia impossibile

Per tre giorni non riuscii a dormire più di qualche ora alla volta. All'inizio mi raccontai che fosse soltanto una conseguenza di Lucca, la stanchezza accumulata durante la fiera, le ore passate in piedi, il rumore incessante della folla, le luce, i volti, la musica che sembrava inseguirmi anche dopo essere tornato a casa. Mi dissi che avevo bisogno di riposare, di allontanarmi dal computer e di smettere di leggere discussioni su forum abbandonati da anni. Erano spiegazioni ragionevoli e per un pò mi aggrappai a loro con una determinazione quasi disperata.

Poi, ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo quella fotografia. Il mio volto, il mio nome scritto da nessuna parta e quella frase che continuava a ronzarmi in testa: Non so ancora se posso salvarlo. Non sapevo chi avesse creato la cartella ASSENZE, né come fosse finita nella memoria della mia macchina fotografica. Avevo controllato il computer più volte, esaminato le proprietà dei file e cercato programmi sconosciuti che potessero aver copiato le immagini senza il mio consenso. Non avevo trovato nulla di utile, la cartella non sembrava appartenere a nessun software installato, e i file contenuti al suo interno avevano nomi semplici, numeri e date, senza alcun riferimento a un autore. La cosa più inquietante, però, era che non riuscivo a stabilire con certezza quando fossero comparsi.

Avevo collegato la macchina al computer ogni sera durante il viaggio, come faccio abitualmente, per trasferire le fotografie della giornata. La procedura era sempre la stessa: collegavo il cavo, aprivo la cartella della scheda di memoria e copiavo i file in una directory sul desktop. Se "Assenze" fosse stata presente fin dall'inizio, avrei dovuto notarla, se fosse comparsa in seguito avrebbe dovuto esserci una traccia, un file modificato qualcosa che mi permettesse di individuare almeno il momento in cui era stata creata ma non c'era niente. Il quarto giorno decisi di smettere di cercare una spiegazione attraverso lo schermo e di fare quello che avrei dovuto fare fin dall'inizio: trattare quelle fotografie come prove, non come messaggi. Preparai una copia completa della cartella su una chiavetta USB che usavo per archiviare i lavori più importanti, poi ne feci una seconda su un disco esterno, controllando che le copie avessero dimensioni identiche agli originali. Disattivai la connessione a internet, scollegai il telefono dal computer e annotai su un quaderno ogni passaggio. Mi sembrava ridicolo comportarmi come un investigatore improvvisato nella mia cucina, ma avevo bisogno di un metodo. Se avessi continuato a fissare quelle immagini senza fare nulla, avrei finito per convincermi che ogni ombra nascondesse qualcosa. Cominciai alla fotografia che mi ritraeva.

Le aprii con un programma di editing e ingrandii il viso fino a vedere i singoli pixel. L'immagine era nitida, più nitida di quanto mi aspettassi e mostrava dettagli che non ricordavo di aver mai fotografato: la piega della maglietta sul petto, una ciocca di capelli fuori posto, persino una piccola macchia sul muro alle mie spalle. La stanza era la mia, riconoscibile dalla libreria e dalla lampada sulla scrivania eppure, per quanto mi sforzassi di ricordare, non riuscivo a immaginare quando qualcuno avrebbe potuto scattare quella fotografia senza che me ne accorgessi. La data indicata nel file non aiutava, il sistema riportava il 31 Ottobre, ma i metadati potevano essere modificati facilmente. L'orario era invece quello che mi aveva colpito fin dal primo momento: 23:58.

A quell'ora, secondo i miei ricordi, ero ancora alla fiera. Avevo fotografato una piccola area dedicata ai giochi indipendenti, poi mi ero fermato a bere qualcosa con alcuni cosplayer. Non potevo escludere di aver dimenticato un dettaglio, ma non avevo alcuna memoria di essere tornato nella mia stanza, né tantomeno di aver scattato un autoritratto. Mi concentrai sullo sfondo, la lampada era accesa e il computer era sulla scrivania, sul pavimento si vedeva una scatola di cartone che avevo aperto soltanto dopo il mio rientro. Ricordavo bene quella scatola perché conteneva alcuni accessori fotografici che avevo ordinato prima di partire, l'avevo lasciata chiusa vicino alla porta e l'avevo aperta la sera del mio ritorno. Nella fotografia, invece, la scatola era già aperta. Era un particolare interessante, ma non una prova. Avrei potuto averla aperta prima di partire e averlo dimenticato, avrei potuto modificare la fotografia senza ricordarmene, avrei potuto persino aver scattato l'immagine in un altro momento e cambiato la data per qualche ragione che adesso non riuscivo a ricordarmene.

Mi stavo già costruendo una vita d'uscita razionale per ogni dettaglio e questo mi fece sentire meglio soltanto per pochi secondi, poi passai alle altre immagini. La maggior parte erano foto che non conoscevo, alcune persone guardavano direttamente l'obiettivo altre sembravano distratte da qualcosa fuori dall'inquadratura. In certe fotografie lo sfondo era talmente scuro da risultare quasi illeggibile; in altre, invece, si distinguevano strade, corridoi, piazze e stanze che avrebbero potuto trovarsi ovunque. Accanto a ogni immagine compariva una data, spesso accompagnata da una breve annotazione.

'Non ancora.'

'Troppo presto.'

'Non posso intervenire.'

Quelle frasi mi irritavano quasi quando mi spaventavano, erano vaghe e teatrali costruite per suggerire qualcosa senza spiegare nulla. Se Luca Ferri voleva farmi credere che sapesse prevedere il futuro, aveva scelto il modo perfetto per riuscirci: offrirmi abbastanza indizi da alimentare la paura, ma mai abbastanza informazioni da permettermi di verificare davvero le sue affermazioni. Eppure, tra tutti quei ritratti, ce n'era uno che non riuscivo a togliermi dalla testa. Era una fotografia verticale, leggermente inclinata, che mostrava un ragazzo seduto su una panchina. Avrà avuto venticinque anni, forse qualcuno in più. Indossava una giacca chiara e teneva le mani intrecciate tra le ginocchia, con l'espressione di chi si è fermato soltanto per riposare. Alle sue spalle si vedeva una strada stretta, delimitata da edifici dai muri color ocra. Una bicicletta era appoggiata contro una ringhiera, e sul margine destro dell'immagine compariva una porzione di insegna rossa. Non c'era niente di particolarmente inquietante in quella scena, era proprio questo a renderla diversa dalle altre. Non aveva l'aria di un ricordo rubato a una tragedia, né quella di una foto realizzata in un momento di disperazione; il ragazzo sembrava perfettamente tranquillo. Se avessi visto quella fotografia in un archivio qualsiasi, non mi sarei fermato a guardarla più di qualche secondo ma sul retro digitale c'era una nota.

'Non dimenticare il rumore.'

La lessi più volte cercando di attribuirle un significato, non c'era una data precisa soltanto un riferimento al 2 Novembre e un orario: 16:40. La fotografia era stata scattata, secondo i metadati, il 31 Ottobre alle 17:12. Sotto l'annotazione compariva un'altra frase, più piccola, quasi nascosta tra le informazioni del file. 

'La seconda volta non sarà un incidente.'

Rimasi immobile davanti allo schermo. Per la prima volta da quando avevo trovato 'Assenze', ebbi la sensazione di non stare osservando un insieme casuale di immagini. Quella nota sembrava riferirsi a qualcosa di concreto, a un evento che doveva ancora verificarsi e la data era quella stessa giornata: il 2 Novembre. Guardai l'orologio del computer, erano le 15:26. Mi alzai così in fretta che la sedia urtò contro il mobile alle mie spalle, la mia prima reazione fu quella di cercare il ragazzo sui social  ma non avevo un nome, né un luogo certo in cui fosse stata scattata la fotografia. Poteva essere una strada di Lucca, oppure di qualsiasi altra città. L'insegna rossa era tagliata a metà e non si distingueva alcuna scritta completa.

Avrei potuto ignorarla, avrei potuto chiudere il file e aspettare che passassero le 16:40, dimostrando a me stesso che quella frase non significava nulla ma c'era un particolare che mi tratteneva. Sul lato sinistro della fotografia, appena sopra la spalla del ragazzo, si vedeva un orologio stradale montato su un palo. Le lancette erano piccole, ma abbastanza leggibili dopo aver ingrandito l'immagine. Segnavano le 16:40. Eppure i metadati indicavano che lo scatto era stato realizzato alle 17:12.

Feci uno screenshot, salvai la fotografia e ricontrollai l'orario, non avevo commesso errori il file era stato creato dopo l'ora che mostrava l'orologio, eppure la nota sosteneva che il momento importante dovesse ancora arrivare. Mi venne da ridere, ma fu una risata breve e nervosa, che morì prima ancora di diventare un suono vero. Poteva trattarsi di un'immagine modificata, qualcuno avrebbe potuto cambiare l'orologio, alterare i metadati e aggiungere la nota in seguito. Non era difficile manipolare una fotografia, soprattutto per qualcuno che lavorava con le immagini ogni giorno. La domanda era un'altra: perché farlo? E soprattutto, perché lasciare quella fotografia nella mia macchina? Aprii una nuova finestra nel browser e cercai di riconoscere la strada attraverso la forma degli edifici, il colore delle facciate e la porzione di insegna. Non arrivai a nulla, poi provai a cercare le parole esatte dell'annotazione ma i risultati erano irrilevanti nessuna coincidenza, nessun riferimento a Luca, nessun vecchio post che potesse spiegare il significato di quella frase. Alle 16:02 chiamai Ettore. Rispose dopo il quarto squillo con la voce impastata di chi stava facendo qualcosa di completamente diverso da quello che gli veniva chiesto.

"Se mi chiami per dirmi che hai trovato un altro forum sul fotografo, giuro che ti riattacco."

"Devo farti vedere una cosa."

"Andrea, sono serio. Hai dormito?"

"Non abbastanza."

"Ecco. Allora forse dovresti cominciare da quello."

Avrei voluto rispondergli male, ma non ne avevo la forza. Gli spiegai della cartella, delle immagini e della fotografia del ragazzo sulla panchina. Non gli parlai della mia immagine, né del messaggio anonimo mi sembrava già abbastanza difficile raccontare la prima parte senza sentirmi un idiota. Ettore rimase in silenzio per qualche secondo.

"Quindi hai una fotografia di uno sconosciuto e una frase che sembrava minacciosa."

"Non è una minaccia, è come se descrivesse qualcosa che deve succedere."

"O come se qualcuno avesse scritto una frase per farti pensare che debba succedere qualcosa."

"E' quello che sto cercando di capire."

"E cosa vuoi fare?"

Guardai di nuovo il ragazzo sullo schermo, c'era qualcosa nella sua espressione che mi disturbava una serenità inconsapevole che contrastava con la nota sul retro. 

"Vorrei sapere se la fotografia è autentica."

"Non puoi saperlo da qui."

"Lo so."

"Allora chiudi tutto, esci un pò e mangia qualcosa. Domani, se ci tieni ancora, ci ragioniamo insieme. Ma non trasformare una serie di coincidenze in una storia che ti divora la testa."

La parola coincidenze mi rimase addosso anche dopo aver chiuso la chiamata, era la spiegazione più semplice e forse proprio per questo mi sembrava la più difficile da accettare. Non perché credessi davvero a Luca, ma perché avevo la sensazione che, se avessi smesso di cercare, avrei lasciato qualcosa di importante senza risposta. Tornai alla fotografia. 

Il ragazzo aveva un piccolo segno scuro sul polso sinistro, forse un tatuaggio o una macchia d'inchiostro. Indossava un anello d'argento all'indice e teneva il piede destro leggermente ruotato verso l'esterno. Dettagli insignificanti, eppure mi ritrovai a studiarli come se potessero aiutarmi a riconoscerlo. Poi notai qualcosa che prima mi era sfuggito, la bicicletta appoggiata alla ringhiera aveva la ruota anteriore piegata. Non era semplicemente girata di lato: il cerchio sembrava deformato, come se avesse urtato contro un ostacolo. Sul selciato, poco più avanti, si distingueva una striscia scura che poteva essere acqua, olio o soltanto un'ombra. Ingrandii l'immagine ancora una volta. Dietro la panchina, quasi nascosto dalla gamba del ragazzo, c'era un frammento di vetro, non avevo idea di cosa significasse ma la frase sul retro tornò a tormentarmi.

'La seconda volta non sarà un incidente.'

Mi alzai, andai in cucina e bevvi un bicchiere d'acqua. Continuavo a ripetermi che una fotografia non poteva predire niente, che le immagini erano facili da alterare e che il mio bisogno di trovare una spiegazione stava trasformando ogni dettaglio in un indizio. Quando tornai alla scrivania, erano le 16:31, mancavano nove minuti alle 16:40. Mi sentii ridicolo persino a guardare l'orologio, ma non riuscii a distogliere gli occhi. Alle 16:35 aprii la fotografia e controllai ancora una volta le informazioni, alle 16:37 mi alzai per chiudere la finestra, poi mi sedetti di nuovo. Alle 16:39 spensi il monitor, stanco di quella messinscena che mi stavo imponendo da solo. Fu allora che sentii il rumore di un colpo secco, metallico, proveniente dalla strada. Non era particolarmente forte, ma attraversò il silenzio dell'appartamento con una precisione innaturale. Subito dopo arrivò un secondo suono, più lungo: lo stridio di una frenata, seguito da una voce che gridava qualcosa ma non riuscii a distinguere. Mi avvicinai alla finestra.

Sotto il mio palazzo, un furgone era fermo di traverso all'incrocio. Un motorino giaceva su un fianco a pochi metri dal paraurti, e una persona si era inginocchiata accanto al conducente. Due passanti correvano verso il punto dell'incidente mentre un altro cercava di richiamare l'attenzione degli automobilisti. Non vedevo sangue, non sapevo quanto fosse grave la situazione sapevo soltanto che il rumore che avevo appena sentito non assomigliava a quello di un normale tamponamento. Guardai l'orologio appeso alla parete.

16:40

Rimasi alla finestra senza riuscire a muovermi, la coincidenza era così precisa da provocarmi una sensazione fisica, come se qualcuno mi avesse stretto una mano intorno allo stomaco. Mi costrinsi a respirare, cercando di individuare una spiegazione che non implicasse la possibilità che una fotografia avesse anticipato un evento reale. La fotografia mostrava un ragazzo seduto su una panchina, non un motorino, non un furgone. Non c'era alcun motivo per collegare le due cose, a parte l'ora e quella frase sul rumore eppure, per qualche secondo, fui incapace di pensare al altro. Poi mi accorsi di un dettaglio, il rumore del vetro. Quando il motorino era caduto, qualcosa si era infranto sull'asfalto. Dal mio appartamento non riuscivo a vedere cosa, ma ricordai il frammento di vetro accanto alla bicicletta nella fotografia. Era un'associazione assurda, una connessione che la mia mente aveva costruito in un istante, e lo sapevo. Nonostante questo, non riuscii a liberarmene. Poi presi il telefono e scesi in strada. L'incidente era avvenuto davanti a un piccolo negozio di biciclette, proprio all'angolo della via. Il conducente del motorino era cosciente, anche se dolorante, e un uomo con una giacca blu gli stava parlando mentre un'altra persona telefonava ai soccorsi. Il furgone aveva urtato la ruota posteriore del motorino durante una svolta, nessuno sembrava in pericolo immediato. Mi fermai a distanza, cercando di non intralciare chi stava aiutando il ferito fu allora che vidi la bicicletta.

Era appoggiata alla ringhiera davanti al negozio, con la ruota anteriore deformata e il cerchio piegato verso l'interno. Poco più in là, sul marciapiede, c'erano frammenti di vetro sparsi vicino a una macchia scura. Il proprietario del negozio li stava raccogliendo con una scopa, borbottando qualcosa sul fatto che qualcuno avesse urtato una vetrina la sera precedente. Mi si gelarono le dita intorno al telefono, non era la stessa strada della fotografia; gli edifici erano diversi, l'insegna rossa non c'era e la panchina mancava del tutto. La bicicletta, però, aveva una ruota piegata in modo quasi identico a quella dell'immagine. Mi dissi che era un dettaglio comune, le biciclette cadevano, i vetri si rompevano, gli incidenti succedevano ogni giorno. Non avevo alcun motivo per credere che la fotografia riguardasse quella scena, non conoscevo nemmeno il ragazzo ritratto e il suo volto non somigliava a nessuna delle persone presenti. Eppure, mentre risalivo le scale, mi resi conto che non era l'incidente a spaventarmi davvero. Era la possibilità che non ci fosse nessun collegamento e che fossi stato io a inventarlo che la paura, la stanchezza e le immagini di Luca mi avessero spinto a trasformare un evento banale in una conferma. Se avessi continuato a cercare, avrei trovato altri dettagli simili, altre coincidenze da mettere in fila fino a costruire una storia perfetta. Una storia in cui ogni cosa significava qualcosa, una storia dalla quale non sarei più riuscito a uscire. 

Quando rientrai, trovai il computer ancora acceso. Avevo dimenticato di spegnere il monitor e sullo schermo era rimasta aperta la cartella 'Assenze'. La fotografia del ragazzo sulla panchina occupava quasi tutto il desktop, come se mi stesse aspettando. Mi sedetti senza togliere la giacca, per qualche minuto rimasi a guardare l'immagine, cercando di convincermi che non avesse alcun rapporto con quello che era successo sotto casa mia. Non avevo prove, non avevo un nome, una posizione precisa o una spiegazione credibile. Avevo soltanto una fotografia, un'annotazione ambigua e un incidente che, in circostanze normali, avrei dimenticato nel giro di un paio di giorni. Aprii il file e controllai ancora una volta l'orario, poi feci una cosa che avrei dovuto fare prima. Esaminai il nome originale del file, quello che non compariva nella cartella principale ma che il programma di gestione delle immagini conservava nelle informazioni avanzate. Era una stringa di numeri e lettere, senza alcun significato apparente. La copiai, la cercai tra gli altri file e scoprii che esisteva una seconda immagine collegata allo stesso codice ma non era nella cartella 'Assenze'.

Si trovava in una directory temporanea, nascosta tra i dati che il computer creava durante l'apertura dei file. Avrei potuto ignorarla, scambiarla per un residuo di un'anteprima o cancellarla senza pensarci. Ma la miniatura che comparve sullo schermo mi fece smettere di respirare per un istante. Era lo stesso ragazzo, stessa giacca chiara, stesso anello d'argento, stessa espressione tranquilla soltanto che, in questa fotografia, non era seduto sulla panchina ma era in piedi, accanto a una porta di metallo e guardava direttamente l'obiettivo. Dietro di lui, appeso al muro, c'era un cartello con una scritta leggibile.

USCITA DI SICUREZZA - VIA ROMA

Non sapevo dove fosse stata scattata la fotografia, la porta poteva appartenere a un edificio pubblico, a un locale o a un magazzino ma quello che mi colpì non fu il cartello. Fu il riflesso sul vetro stretto accanto alla porta. Nella superficie scura si distingueva una figura alle spalle del fotografo, un uomo con un cappotto lungo e una borsa di cuoio portata a tracolla. La figura era sfocata ma riconobbi la postura; la testa leggermente inclinata, una spalla più alta dell'altra, la mano destra stretta intorno a qualcosa che non riuscivo a distinguere. Luca Ferri. Mi avvicinai allo schermo, la fotografia sembrava più vecchia dell'altra, con una grana più marcata e colori meno saturi. Non era possibile stabilire se fosse stata scattata prima o dopo il ritratto sulla panchina, la data riportava il 2 novembre, senza indicare l'anno. Anche in questo caso, i metadati potevano essere stati alterati eppure, in basso a destra, c'era una piccola scritta che non avevo notato nella miniatura.

'Non guardare la porta. Guarda chi è rimasto fuori.'

Mi voltai istintivamente verso l'ingresso del mio appartamento, naturalmente non c'era nessuno. Mi alzai, controllai lo spioncino e ascoltai il silenzio del pianerottolo poi tornai alla scrivania, arrabbiato con me stesso per aver reagito in quel modo. Non volevo diventare il genere di persona che si spaventa per una frase su uno schermo, non volevo concedere a Luca quel potere qualunque cosa stesse facendo e qualunque fosse il suo scopo. Ma non riuscivo a ignorare un'altra anomalia, la seconda immagine non era stata semplicemente copiata da una cartella, il suo percorso indicava che era stata aperta per l'ultima volta alle 16:39 di quel giorno, un minuto prima dell'incidente sotto casa mia. Controllai il registro del sistema, il computer aveva effettivamente creato un'anteprima del file in quel moment ma non risultava alcuna operazione che spiegasse come l'immagine fosse arrivata lì. Non c'erano trasferimenti recenti, nessun dispositivo collegato e nessuna connessione attiva. La chiavetta USB era ancora inserita nella porta laterale, ma conteneva soltanto la copia che avevo fatto quella mattina.

Provai a ripetere la procedura con gli altri file, alcuni avevano anteprime create giorni prima, altri risultavano mai aperti. Quella fotografia, invece, sembrava essere stata visualizzata proprio mentre io guardavo dalla finestra e ascoltavo il rumore dell'incidente. Non potevo sapere se il sistema avesse registrato l'ora corretta, non potevo escludere un errore dell'orologio interno o un'anomalia del programma. Ma avevo cominciato a perdere fiducia perfino nelle spiegazioni più semplici, e questa era la cosa che mi spaventava di più. Mi appoggiai allo schienale e chiusi gli occhi, quando gli riaprii sul telefono era comparsa una notifica un messaggio da un numero sconosciuto. Non conteneva saluti, né una presentazione ma soltanto una fotografia.

Era il ragazzo della panchina; stessa foto, stessa strada, stessa bicicletta con la ruota piegata ma questa volta l'immagine era stata ritagliata in modo diverso. Il volto del ragazzo occupava quasi tutto lo schermo mentre sul bordo inferiore si vedeva una mano che teneva una piccola macchina fotografica nera. Sul retro dell'immagine, in caratteri bianchi, compariva una frase.

'Hai sentito il rumore.'

Il messaggio successivo arrivò prima che potessi rispondere.

'Adesso devi capire che cosa hai visto.'

Non avevo ancora detto a nessuno che cosa fosse successo sotto casa mia come non avevo pubblicato nulla sui social, non avevo nemmeno scattato immagini dell'incidente. Scrissi una sola domanda:

'Chi sei?'

La risposta arrivò dopo pochi secondi.

'Quello che ti ha detto di non cercarlo.'

Il telefono mi scivolò quasi dalle mani. Rilessi il messaggio poi tornai alla fotografia del ragazzo e controllai il numero da cui proveniva. Non era lo stesso che mi aveva scritto durante la fiera era un'altra numerazione ma non c'era alcuna garanzia che dietro ci fossero persone diverse. Avrei potuto chiamare la polizia, avrei potuto mostrare le immagini a qualcuno, chiedere aiuto, raccontare tutto a Ettore senza omettere più nulla. Avrei potuto anche cancellare i messaggi e spegnere il computer, cercando di recuperare una vita normale e invece scrissi un'altra domanda.

'E' stato Luca a mandarti queste fotografie?'

Per qualche minuto non arrivò niente, poi comparvero tre puntini sullo schermo. Sparirono e ricomparvero, alla fine il messaggio arrivò breve e privo di qualsiasi spiegazione.

'Non tutte le fotografie che porta con sé sono state scattate da lui.'

Rimasi a fissare quelle parole, mentre una sensazione fredda mi saliva lentamente lungo la schiena. Non tutte le fotografie erano state scattate da Luca quindi chi aveva realizzato le altre, e perché qualcuno avrebbe dovuto raccogliere immagini di persone sconosciute, annotare date e frasi incomprensibili, conservarle per anni e poi farle arrivare fino a me? Forse era tutto parte di un gioco elaborato, crudele e studiato per farmi credere di essere finito dentro una storia più grande di me. Forse Luca aveva un complice, qualcuno che conosceva le mie abitudini e sapeva come accedere ai miei dispositivi, era una possibilità concreta, per quanto inquietante ma c'era una domanda che continuava a sfuggirmi. Se qualcuno voleva soltanto spaventarmi, perché mostrarmi una fotografia di un ragazzo che non sconoscevo? Perché indicare un'ora precisa? E perché collegare quell'immagine a un evento che sembrava essersi verificato proprio in quel momento? Non sapevo se avessi assistito a una coincidenza o se qualcuno avesse previsto qualcosa. Non sapevo nemmeno se le fotografie fossero autentiche, l'unica certezza era che qualcuno voleva che continuassi a guardarle e io, nonostante tutto, non riuscivo a smettere. 

Tornai alla cartella 'Assenze' e aprii la foto del ragazzo per l'ennesima volta, ingrandii il volto e osservai tutto; il volto, l'anello, la piega della giacca e la piccola ombra sotto il mento poi scorsi fino alla fine delle informazioni del file, dove compariva una voce che non avevo mai notato.

Soggetto: 017.

Sotto, in un campo separato, c'era una data.

Prossimo scatto: 3 novembre, ore 09:15.

Domani mattina. Guardai la fotografia, il ragazzo sorrideva appena come se non sapesse che qualcuno lo stava osservando da molto tempo. Non avevo modo di rintracciarlo, non sapevo dove vivesse e non avevo idea di che cosa potesse significare quella data ma ormai avevo capito una cosa: la cartella non era soltanto un archivio di fotografie passate. Era un elenco di persone che qualcuno continuava a seguire e il giorno dopo, alle 09:15, qualcuno avrebbe scattato un'altra fotografia.

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