Un capitolo da sfogliare
Il fotografo dell'ultimo scatto
Capitolo 12 · La leggenda
Rimasi seduto al tavolo della cucina per quasi un’ora, con la fotografia davanti a me e le mani appoggiate ai bordi del tavolo, come se bastasse evitare di toccarla per impedire a ciò che conteneva di diventare reale. La luce della lampada illuminava soltanto una parte della stampa, il resto della stanza era immerso nella penombra e ogni tanto il frigorifero emetteva un ronzio che mi faceva sollevare la testa di scatto. Avevo spento il telefono, chiuso le tende e controllato due volte la serratura della porta d’ingresso. Erano gesti ridicoli, me ne rendevo conto, ma avevo bisogno di sentirmi al sicuro almeno dentro i confini della mia casa. La fotografia, invece, non apparteneva più a nessun luogo sicuro. La osservai ancora.
Alberto Ferro era accanto a un banco di lavoro, con le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti. Aveva il viso più giovane di quello che avevo visto nei ricordi di Bellini, ma conservava la stessa espressione severa, quasi infastidita, di chi si trova davanti a qualcosa che non dovrebbe essere costretto a spiegare. Accanto a lui c’era Luca Ferri, sembrava avere poco più di vent’anni, forse anche meno, e nonostante la qualità imperfetta della stampa riuscivo a riconoscere gli stessi lineamenti, gli stessi occhi inquieti, la stessa inclinazione del capo che avevo imparato ad associare all’uomo che avevo incontrato a Lucca. Elena si trovava vicino alla porta sul fondo del laboratorio, non guardava l’obiettivo ma guardava Luca. Era quello il dettaglio che continuava a trattenermi.
Non aveva l’espressione di una persona inconsapevole di essere fotografata, né quella di qualcuno che avesse semplicemente accettato di posare. Sembrava stesse aspettando una risposta, le labbra erano appena socchiuse, una mano stringeva la maniglia della porta e il corpo era già rivolto verso l’uscita. Voleva andarsene oppure voleva che qualcuno la lasciasse andare. Avvicinai la fotografia alla lampada, cercando di distinguere meglio i particolari sullo sfondo. Il laboratorio appariva più grande di quanto ricordassi dalle descrizioni di Moretti. Lungo una parete erano disposte alcune scaffalature metalliche, sulle quali si intravedevano scatole, buste e contenitori per negativi. Sul banco di lavoro c’erano una macchina fotografica, una lente d’ingrandimento e una serie di stampe appoggiate l’una sull’altra. Alcune erano rivolte verso il basso. Altre mostravano soltanto angoli di immagini che non riuscivo a riconoscere.
E poi c’era quella figura, la persona che Luca stava guardando. Mi concentrai sulla parte sinistra della fotografia, dove lo sguardo di Luca sembrava convergere. All’inizio non vidi nulla di particolare, soltanto una zona più scura, probabilmente il risultato di un difetto della pellicola. Spostai la lampada, inclinai la stampa e provai a cambiare angolazione. Comparve un volto, non era nitido si trovava al margine dell’inquadratura, quasi completamente nascosto da una spalla e da una porzione di parete. Si distinguevano appena un occhio, una guancia e una linea scura che poteva essere il bordo di una macchina fotografica. La persona era vicinissima all’obiettivo, tanto vicina che il fotografo avrebbe dovuto trovarsi esattamente dietro di lei, oppure al suo fianco. Non poteva essere una semplice figura sullo sfondo.
Era il motivo per cui Luca stava guardando in quella direzione. Presi il telefono e scattai alcune fotografie della stampa, utilizzando diverse angolazioni. Ingrandii il dettaglio sullo schermo fino a perdere quasi completamente la definizione dell’immagine. I pixel si scomposero in quadrati indistinti, ma il volto continuava a sembrarmi familiare. Avevo già visto quella forma del viso, quell’occhio, quella linea della bocca. Mi allontanai dallo schermo e mi massaggiai le tempie ero stanco, avevo dormito pochissimo e da giorni cercavo somiglianze dove forse non esistevano. Era facile convincersi di riconoscere un volto quando si desiderava disperatamente trovare una spiegazione eppure, quando riaprii la fotografia sul telefono, mi accorsi che non era soltanto una somiglianza. La persona sul margine dell’immagine aveva una piccola cicatrice vicino al sopracciglio sinistro.
La stessa che avevo io, mi alzai così bruscamente che la sedia strisciò contro il pavimento. Per qualche secondo rimasi in piedi, con il telefono stretto in mano, incapace di decidere se fosse meglio avvicinarmi di nuovo alla stampa o allontanarmi da essa il più possibile. Avevo quella cicatrice da quando ero bambino. Mi ero ferito cadendo dalla bicicletta, o almeno questo era ciò che mi avevano sempre raccontato. Non ricordavo l’incidente in ogni dettaglio, ma ricordavo il ginocchio sbucciato, il sangue sulla maglietta e mia madre che mi teneva fermo mentre qualcuno cercava di pulirmi la ferita sopra l’occhio. Era un ricordo ordinario, di quelli che non si mettono in discussione eppure, improvvisamente, mi sembrò di non potermi fidare nemmeno di quello.
Tornai a sedermi e presi il quaderno nel quale avevo annotato gli indizi raccolti durante le ultime settimane. Lo sfogliai fino alle prime pagine, dove avevo scritto tutto ciò che ricordavo del vecchio evento di Lucca, della fotografia trovata negli archivi e della frase che avevo letto sul retro di una delle stampe.
'Il ragazzo non ricorda.'
Rilessi quelle parole più volte, poi mi tornò in mente la fotografia che avevo trovato nella cartella 'Assenze', quella che ritraeva me stesso durante una vecchia edizione della manifestazione. All’epoca avevo pensato che fosse stata scattata senza il mio consenso, forse da Luca, forse da qualcuno che aveva avuto accesso ai suoi archivi. Non avevo mai considerato seriamente un’altra possibilità: che quella fotografia non fosse stata conservata perché Luca mi aveva scelto come soggetto, ma perché mi aveva già visto in quella stanza o perché aveva creduto di avermi visto. Presi la stampa originale e la girai. Sul retro non c’erano nuove scritte. Soltanto la frase che avevo già letto, impressa a mano con inchiostro scuro:
'Questo è lo scatto che ha cambiato tutto.'
Sotto, quasi invisibile, si distingueva un segno che non avevo notato prima. Una piccola linea curva, simile a quella del marchio dello Studio Ferro, attraversata da un tratto verticale. Il simbolo era incompleto, ma lo riconobbi. Lo avevo visto sui vecchi negativi, sulle stampe conservate da Bellini e persino sul retro della fotografia che mi era arrivata a casa dopo l’incontro con Moretti. Non era una firma, sembrava piuttosto un contrassegno, un modo per identificare un’immagine che non doveva essere confusa con le altre. Mi domandai quante persone avessero tenuto quella fotografia tra le mani prima di me. Quante volte fosse stata nascosta, recuperata, consegnata a qualcuno e poi sottratta di nuovo. E soprattutto, perché fosse arrivata proprio a me.
Il telefono vibrò sul tavolo, il rumore mi fece sobbalzare. Era un messaggio di Ettore.
"Sei a casa?"
Risposi immediatamente.
"Sì."
La sua risposta arrivò pochi secondi dopo.
"Hai aperto la busta?"
"Sì."
"E?"
Guardai la fotografia.
"Credo di aver capito perché Luca mi ha coinvolto."
Passò quasi un minuto prima che Ettore rispondesse.
"Che cosa significa?"
Scrissi una frase, la cancellai e provai di nuovo. Non sapevo come spiegargli ciò che avevo visto senza sembrare completamente fuori di testa. Alla fine gli inviai una fotografia del dettaglio ingrandito, quella in cui si distingueva il volto sul margine della stampa. Ettore mi chiamò subito.
"Andrea, dove hai trovato questa immagine?"
"È sulla fotografia che mi ha lasciato Bellini."
"Non è quello che ti ho chiesto. Hai modificato la foto?"
"No."
"Hai usato qualche filtro?"
"No, Ettore. Ho soltanto ingrandito il dettaglio."
Lo sentii respirare dall’altra parte della linea. Quando parlò di nuovo, la sua voce era cambiata.
"Sembra che il volto sia il tuo."
"Lo so."
"Ma è impossibile."
"Lo so anche questo."
"Quella fotografia potrebbe avere decenni."
"Non so quando sia stata scattata."
"Non puoi essere tu."
Mi aggrappai a quelle parole come se fossero una certezza che mi era ancora concessa.
"È quello che sto cercando di capire."
Ettore mi chiese di mandargli la scansione completa. Gli inviai le immagini e aspettai mentre le apriva sul computer. Sentivo i tasti della sua tastiera, poi un breve silenzio, poi di nuovo il rumore dei tasti.
"C’è qualcosa che non torna" disse infine.
"Che cosa?"
"Il volto. Non si vede abbastanza bene da poter dire che sei tu, ma c’è un particolare che mi sembra strano."
"La cicatrice?"
"No. Il riflesso."
Mi avvicinai al telefono.
"Quale riflesso?"
"Quello sul vetro dietro Luca. Guarda la parte in alto, vicino alla porta."
Ripresi la fotografia e la portai sotto la lampada. Avevo osservato quel vetro decine di volte senza soffermarmi sul suo contenuto. Era sporco, attraversato da macchie e striature che potevano essere qualsiasi cosa. Seguendo le indicazioni di Ettore, individuai una forma scura al centro della superficie. Sembrava una seconda immagine sovrapposta alla prima, nel riflesso si vedeva il laboratorio, ma non esattamente com’era stato fotografato. Le scaffalature si trovavano in una posizione leggermente diversa, la porta era aperta e la figura di Elena appariva più vicina all’uscita. In primo piano c’era una persona con una macchina fotografica. Il volto era rivolto verso il vetro, non riuscivo a distinguerne i lineamenti ma il modo in cui teneva la macchina mi sembrava stranamente familiare. La mano sinistra sosteneva l’obiettivo, mentre la destra poggiava sul corpo della fotocamera. Era la stessa posizione che assumevo io quando fotografavo qualcuno.
"Ettore" sussurrai, "nel riflesso c’è un’altra fotografia."
"Lo vedo."
"Non è lo stesso momento."
"No."
"Come può essere possibile?"
Ettore non rispose, da quando avevo iniziato a cercare Luca Ferri, nessuno dei due tentò di inventare una spiegazione. Non parlammo di esposizioni multiple, di trucchi ottici o di manipolazioni digitali. Sapevamo che quelle possibilità esistevano, naturalmente, ma in quel momento sembravano soltanto parole utilizzate per riempire un vuoto. La cosa peggiore non era vedere qualcosa che non avrebbe dovuto esserci. Era avere la sensazione che qualcuno, da molto tempo, stesse aspettando che me ne accorgessi.
"Devi portare tutto alla polizia" disse Ettore.
La sua voce aveva ritrovato una certa fermezza.
"Le fotografie, i messaggi, la busta. Tutto. Non puoi continuare così."
"E che cosa dovrei raccontare? Che un uomo mi manda fotografie impossibili e che forse in una stampa vecchia di decenni c’è il mio volto?"
"Racconta quello che è successo. Non devi dimostrare che le fotografie siano soprannaturali. Devi dimostrare che qualcuno ti sta contattando e che potrebbe conoscerti."
Aveva ragione. Lo sapevo, eppure esitai. Per settimane avevo cercato di risolvere il mistero come se fosse un enigma fotografico, convinto che la risposta sarebbe emersa mettendo insieme abbastanza dettagli. Avevo seguito persone, visitato luoghi abbandonati, aperto cartelle che non avrei dovuto vedere e conservato messaggi che avrei dovuto cancellare. Avevo trattato la paura come una forma di curiosità e la curiosità come una giustificazione. Forse era arrivato il momento di smettere.
"Va bene" dissi. "Domani mattina vado a parlare con qualcuno."
"Domani?"
"Non voglio uscire adesso."
Ettore sospirò, ma non insistette. Mi fece promettere che non avrei risposto a eventuali messaggi e che avrei tenuto la porta chiusa. Poi restò al telefono con me finché non ebbi sistemato le fotografie in una cartella e fatto alcune copie su una memoria esterna. Prima di salutarci, mi disse una cosa che non avevo mai sentito da lui.
"Andrea, non importa se Luca è un pazzo, un assassino o soltanto uno che sa manipolare le persone. Non devi capire che cosa gli passa per la testa. Devi soltanto evitare che possa farti del male."
Gli promisi che lo avrei fatto. Quella notte dormii poco, ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo il laboratorio, Elena davanti alla porta e Luca che guardava oltre l’obiettivo. Il volto sul margine della fotografia tornava a sovrapporsi al mio, ma ogni volta che cercavo di osservarlo con attenzione i lineamenti cambiavano. A volte mi sembrava più giovane, altre volte più vecchio. In un sogno aveva il mio viso, ma gli occhi erano quelli di Luca. Mi svegliai prima dell’alba, con la sensazione di aver sentito qualcuno pronunciare il mio nome. La casa era silenziosa, accesi la luce, controllai la porta e andai in cucina. La fotografia era ancora sul tavolo, esattamente dove l'avevo lasciata. Per un istante pensai di strapparla, gettarla nel lavandino e bruciarla. Sarebbe stato un gesto infantile, forse, ma l'idea di distruggerla mi procurava un sollievo quasi fisico. Non lo feci ma la infilai in una busta trasparente, insieme agli altri documenti, e uscii di casa quando il cielo cominciò a schiarirsi. Non incontrai Luca, non ricevetti messaggi, non vidi figure con borse di pelle agli angoli delle strade, né persone che sembrassero osservarmi attraverso vetrine sporche. Per la prima volta dopo settimane, il mondo tornò a essere un posto ordinario. Le auto si fermavano ai semafori, i negozianti alzavano le serrande, una donna trascinava il cane lungo il marciapiede e un uomo camminava parlando al telefono.
Tutto continuava come se nulla fosse accaduto e forse era proprio questo a rendere la storia così difficile da raccontare. Non avevo prove di omicidi, non sapevo che cosa fosse successo a Marta, non potevo dimostrare che le fotografie fossero autentiche, né che Luca avesse davvero previsto la morte di Elena. Avevo soltanto una raccolta di immagini inquietanti, messaggi anonimi, testimonianze contraddittorie e il ricordo di un uomo che sembrava soffrire ogni volta che guardava attraverso la sua macchina fotografica. Consegnai una parte del materiale alle autorità e raccontai gli episodi di cui ero stato direttamente testimone. Non parlai di viaggi nel tempo, di fotografie impossibili o di persone che comparivano nei riflessi. Mi limitai ai fatti verificabili: i messaggi, la busta, il modo in cui ero stato condotto all'edificio, le immagini ricevute senza averle richieste. Mi dissero che avrebbero valutato il materiale e non mi promisero risultati, non mi dissero che Luca sarebbe stato trovato.
Quando uscii, avevo la sensazione di aver fatto la cosa giusta e, allo stesso tempo, di aver lasciato qualcosa di importante incompiuto. Passarono alcuni giorni, poi una settimana e le mie ricerche si interruppero, almeno in apparenza. Smisi di controllare le cartelle del computer, cancellai alcuni collegamenti ai vecchi forum e cercai di tornare alle mie abitudini. Continuai a fotografare, ma per un po' evitai i ritratti. Preferivo paesaggi, edifici vuoti, dettagli che non avessero occhi capaci di restituirmi lo sguardo. Ettore mi chiamava ogni sera, non parlavamo quasi mai di Luca, e quando lo facevamo era soltanto per aggiornarci su eventuali sviluppi ma non ce ne furono. Nessuna notizia di Marta, nessuna conferma sull'identità dell'uomo che mi aveva inviato le fotografie, nessun ritrovamento nello stabile abbandonato.
Bellini non rispose alle mie chiamate e anche Moretti sembrava essersi ritirato dal mondo: il numero che mi aveva dato risultava irraggiungibile e l'indirizzo di casa sua, quando provai a tornarci, mi condusse davanti a una porta chiusa. Una vicina mi disse che non lo vedeva da diversi giorni, ma non seppe dirmi dove fosse andato. Quanto a Luca Ferri, il suo profilo scomparve. Le fotografie pubblicate erano sparite, i commenti non erano più accessibili e il nome non restituiva risultati utili. Non sapevo se avesse cancellato tutto da solo o se qualcuno avesse eliminato il suo account, non sapevo nemmeno se fosse davvero il suo nome. A poco a poco, cominciai a convincermi che la storia fosse finita non perché avessi trovato una spiegazione, ma perché non avevo più nulla da seguire. Fu soltanto quando arrivò ottobre che mi resi conto di quanto poco fosse cambiato dentro di me. La città cominciò a riempirsi di decorazioni, le vetrine si colorarono di arancione e nero e, sui social, apparvero i primi annunci dedicati alle feste in maschera. I negozi esposero zucche di plastica e ragnatele artificiali, mentre nei gruppi dedicati al cosplay si discuteva di costumi, accessori e fotografie da scattare durante gli eventi autunnali.
Avrei potuto ignorare tutto, avrei potuto evitare le fiere, non prendere in mano una macchina fotografica e lasciare che il ricordo di Luca si dissolvesse lentamente, come una fotografia dimenticata alla luce del sole. Invece, quando vidi l'annuncio della nuova edizione di Halloween di Lucca Comics & Games, rimasi a fissarlo più a lungo del necessario. Non avevo intenzione di andarci almeno, questo era ciò che continuavo a ripetermi. Il giorno prima dell'evento, Ettore mi telefonò.
"Hai visto quello che gira nel gruppo?"
"Quale gruppo?"
"Quello dei fotografi. C'è una discussione su un tizio che scatta foto durante le fiere."
Mi irrigidii.
"Che tipo di foto?"
"Non lo so. La gente dice che è uno strano, che fotografa le persone senza chiedere il permesso e poi cancella tutto. Pensavo potesse interessarti."
"Non mi interessa."
Ettore rimase in silenzio.
"Va bene" disse. "Scusa."
Avrei potuto chiudere la chiamata. Invece, dopo qualche secondo, gli chiesi di mandarmi il collegamento. La discussione era stata aperta da un utente senza immagine del profilo. Il titolo era semplice: Avete mai incontrato il fotografo dell'ultimo scatto?
Lessi il primo messaggio.
"L'anno scorso, durante una fiera, ho visto un uomo che fotografava i cosplayer. Non chiedeva mai di posare e sembrava scegliere le persone a caso. Dopo aver scattato, guardava la macchina come se avesse visto qualcosa di terribile. Quando una ragazza gli ha chiesto se poteva vedere la foto, lui ha risposto di no e se n'è andato."
Un altro utente raccontava di averlo incontrato in una stazione, un terzo sosteneva di aver ricevuto una fotografia che non ricordava di aver scattato, un quarto parlava di una ragazza scomparsa dopo aver posato per lui. Le testimonianze erano confuse, piene di dettagli contraddittori. Alcuni sembravano scherzare, altri cercavano visibilità, altri ancora raccontavano episodi che avrebbero potuto riguardare qualsiasi fotografo un po' eccentrico. Eppure, tra i commenti, comparve una frase che mi fece smettere di respirare per qualche secondo.
"Se vi scatta una foto e poi vi dice che gli dispiace, non cercate di farvela mostrare. Non chiedetegli perché. E soprattutto non guardate il retro della stampa."
Il commento era stato pubblicato da un account creato pochi giorni prima. Sotto, qualcuno aveva scritto:
"Ma chi è questo fotografo?"
La risposta era arrivata pochi minuti dopo.
"Non lo so. Cambia nome ogni volta."
Rimasi a fissare lo schermo. Avvertii quella vecchia sensazione di essere tornato al punto di partenza, come se tutto ciò che avevo fatto nei mesi precedenti non fosse servito a niente. Poi comparve una nuova risposta. Una fotografia. Non era particolarmente nitida. Mostrava una strada affollata durante una manifestazione, con persone in costume che attraversavano l'inquadratura e bancarelle disposte lungo il marciapiede. In fondo, quasi nascosto dietro un gruppo di cosplayer, c'era un uomo con una giacca scura e una borsa di pelle. Teneva in mano una macchina fotografica nera. Non riuscivo a distinguere il volto, ma la postura era quella che ricordavo. La testa leggermente inclinata, le spalle rigide, una mano stretta attorno all'obiettivo. La fotografia era accompagnata da una sola frase.
'Alcuni incontri arrivano quando meno te lo aspetti.'
Sentii un brivido attraversarmi la schiena. Era la stessa frase che avevo letto sul profilo di Luca, sotto il ritratto di Marta. Salvai l'immagine sul computer e provai a risalire all'autore. Il profilo non aveva informazioni personali, soltanto una data di registrazione recente e un elenco di commenti cancellati. Cercai la fotografia attraverso i motori di ricerca, ma non trovai nulla. Provai a contattare l'utente, senza ricevere risposta. Il giorno seguente, il post era sparito non rimaneva neppure una traccia della discussione. Mi dissi che qualcuno doveva aver fatto uno scherzo era una spiegazione plausibile. Le leggende online funzionavano proprio così: un racconto inquietante veniva ripetuto, modificato, arricchito di particolari e, alla fine, diventava impossibile distinguere ciò che era realmente accaduto da ciò che le persone avevano inventato.
Forse Luca era stato soltanto un uomo disturbato che aveva costruito una storia intorno alle proprie ossessioni. Forse le sue fotografie non avevano mai mostrato il futuro, forse Elena era morta per una tragica coincidenza, Marta si era allontanata volontariamente e tutte le altre persone coinvolte erano state trasformate in vittime da una rete di racconti anonimi. Era possibile e doveva esserlo eppure, quella sera, tirai fuori dalla scatola in cui avevo conservato le vecchie fotografie una stampa che non ricordavo di averci messo. Era una mia fotografia, scattata durante una manifestazione di molti anni prima. Mi ritraeva insieme ad altri ragazzi, davanti a una fila di bancarelle. Ero più giovane, avevo i capelli più lunghi e portavo una maglietta scura. Sorridevo verso qualcuno fuori dall'inquadratura. Sul retro, con una grafia che non riconobbi immediatamente, c'era scritto:
'31 Ottobre. Il ragazzo non ricorda.'
La girai di nuovo, cercando qualche dettaglio che mi permettesse di stabilire quando fosse stata scattata. La carta era vecchia, ma non abbastanza da poter risalire con certezza a un anno preciso. Non ricordavo la persona che aveva scattato quella foto e non ricordavo nemmeno di averla mai stampata. La riposi nella scatola poi la ripresi, non riuscivo a lasciarla lì. Fu allora che notai un piccolo dettaglio nell'angolo inferiore. Un segno quasi invisibile, impresso nella carta. Un cerchio attraversato da una linea verticale.
Il marchio dello Studio Ferro.
Non so quanto tempo rimasi a guardarlo, non chiamai Ettore, non cercai Moretti e non provai a contattare Bellini. Avevo imparato che alcune domande, una volta formulate, non smettono di esistere soltanto perché nessuno risponde. Continuano a seguirti, a insinuarsi nei momenti più ordinari, a trasformare ogni coincidenza in un possibile indizio. Per qualche giorno lasciai la fotografia sul fondo della scatola, poi la bruciai. Non fu un gesto liberatorio, non provai sollievo, né la sensazione di aver finalmente chiuso una porta. Guardai la carta annerirsi e piegarsi su se stessa, finché i volti non divennero macchie scure e il marchio scomparve tra la cenere. Quando tutto fu finito, rimase soltanto un piccolo frammento del bordo. Lo raccolsi con una pinzetta e lo gettai via.
Avrei voluto credere che fosse sufficiente. Oggi, quando ripenso a quella storia, mi rendo conto che non sono mai riuscito a stabilire dove finisse la realtà e dove cominciasse la leggenda. Non ho mai scoperto che cosa vedesse davvero Luca attraverso il suo obiettivo, né se le sue fotografie contenessero qualcosa che gli altri non potevano vedere. Non so se avesse cercato di salvare delle persone o se avesse trasformato la propria paura in una giustificazione per controllarle. Non so nemmeno se Luca Ferri fosse il suo vero nome. Ho smesso di cercare risposte perché, a un certo punto, ho capito che non ero più in grado di distinguere la curiosità dal bisogno di confermare ciò che temevo. Eppure, ogni anno, quando ottobre si avvicina e le prime fotografie delle fiere cominciano a comparire sui social, torno a pensare a quella macchina fotografica nera. Penso alla borsa di pelle e penso all'uomo che guardava le immagini con un'espressione di dolore, come se ogni scatto gli mostrasse qualcosa che avrebbe preferito non conoscere. E penso a Elena, alla sua mano sulla maniglia, allo sguardo rivolto verso qualcuno che non possiamo vedere.
Forse Luca non ha mai avuto il potere di prevedere il futuro. Forse era soltanto un uomo che non aveva saputo accettare la morte di una persona amata e che, nel tentativo di darle un significato, aveva costruito una prigione fatta di fotografie, annotazioni e volti sconosciuti. Forse aveva cominciato a credere alle proprie bugie. O forse, una volta ogni tanto, attraverso quell'obiettivo riusciva davvero a vedere qualcosa che gli altri non potevano vedere.
Qualcosa che arrivava prima del ricordo.
Qualcosa che non poteva essere cambiato.
Qualcosa che, in un modo incomprensibile, sapeva già chi sarebbe stato il prossimo.
Non ho mai trovato una risposta definitiva ma c'è una cosa che non ho raccontato a Ettore, né alle persone a cui ho consegnato le fotografie. La sera in cui bruciai la stampa, prima di addormentarmi, controllai la macchina fotografica che avevo lasciato sulla scrivania. Volevo essere sicuro che non contenesse altre immagini, che non ci fosse rimasto nulla di ciò che avevo cercato di dimenticare. La scheda di memoria era vuota, la controllai due volte e poi spensi la macchina e la riposi nella custodia. La mattina seguente, mentre stavo preparando il caffè, mi accorsi che sul computer era comparso un nuovo file. Non proveniva da una scheda di memoria collegata, né da una cartella che ricordassi di aver aperto. Era semplicemente lì, sul desktop, con un nome che mi fece sentire improvvisamente freddo.
ultimo_scatto.jpg
Non lo aprii subito. Rimasi davanti allo schermo per diversi minuti, cercando una spiegazione. Pensai a un errore di sincronizzazione, a un file dimenticato, a un programma che avesse recuperato qualcosa da una vecchia cartella. Controllai la data di creazione, le proprietà del file e la cronologia del computer. Non trovai nulla e alla fine, lo aprii. La fotografia mostrava una strada affollata, piena di persone in costume. Sullo sfondo si vedevano bancarelle, insegne e decorazioni di Halloween. La luce era quella di un pomeriggio autunnale, morbida e dorata. Al centro dell'immagine c'ero io. Indossavo la giacca che avevo portato durante la mia ultima visita a Lucca. Tenevo la macchina fotografica appesa al collo e guardavo verso l'obiettivo con un'espressione che non riuscivo a riconoscere. Sembravo spaventato e alle mie spalle, tra due cosplayer, si intravedeva un uomo con una giacca scura e una borsa di pelle.
Luca Ferri.
O qualcuno che gli somigliava in modo inquietante. Ingrandii la fotografia, l'uomo non stava guardando me guardava oltre la mia spalla, verso qualcuno che si trovava appena fuori dall'inquadratura. Sul margine inferiore dell'immagine comparve una scritta. Non so se fosse sempre stata lì o se fossi io a non averla notata prima.
'Non è ancora il momento.'
Sentii il cuore battermi in gola. Chiusi il file, spensi il computer e rimasi seduto al buio per il resto della mattina. Non cancellai la fotografia e non ebbi il coraggio di farlo. Passarono alcuni giorni prima che riuscissi a riaprirla e quando lo feci, la scritta era cambiata.
'Adesso ricordi.'
La fotografia era identica, ma il volto dell'uomo sullo sfondo era più nitido. Per la prima volta riuscii a distinguere chiaramente i suoi occhi. Non erano rivolti verso di me ma erano rivolti verso la macchina fotografica, verso chiunque si trovasse dall'altra parte dell'obiettivo e da allora non ho più cercato Luca Ferri. Ho cancellato il file, cambiato computer e smesso di pubblicare fotografie online. Non so se sia stato sufficiente. Non so se quella storia sia finita o se io abbia soltanto smesso di seguirla. So soltanto che, ogni anno, quando arriva il 31 ottobre, qualcuno racconta di aver incontrato un uomo con una macchina fotografica nera. Qualcuno dice di averlo visto aggirarsi tra i cosplayer, scegliere i propri soggetti e scattare fotografie senza chiedere il permesso. Qualcuno giura di averlo sentito sussurrare «Mi dispiace» dopo aver premuto il pulsante e ogni volta, prima che il racconto scompaia, compare una fotografia. Una sola.
Il volto di una persona che, secondo chi la pubblica, non è mai stata fotografata in quel luogo. Sotto, quasi sempre, c'è la stessa frase:
'Alcuni incontri arrivano quando meno te lo aspetti.'
Non so chi pubblichi quelle immagini, non so chi sia l'uomo nella fotografia e non so perché, ogni volta che qualcuno chiede di vederne altre, la risposta sia sempre la stessa.
"No. Questa è l'unica che conta."
L'ultima volta che ho letto uno di quei racconti, un utente ha commentato dicendo di aver riconosciuto l'uomo. Ha scritto che si chiamava Luca Ferri e che lo aveva incontrato molti anni prima, durante una fiera di Halloween. Un altro utente gli ha chiesto come potesse esserne sicuro. La risposta è arrivata pochi minuti dopo.
"Perché mi ha fotografato quando ero bambino."
Poi il profilo è scomparso. A volte mi domando se, da qualche parte, esista ancora una fotografia che non ho mai visto. Una stampa conservata in una scatola, un negativo dimenticato in un archivio, un'immagine nascosta in una cartella che nessuno ha mai aperto. Una fotografia che mostri il momento esatto in cui tutto è cominciato. Forse Luca la conserva ancora, forse l'ha distrutta o forse quella fotografia non è mai esistita, e tutto ciò che ho raccontato è soltanto il risultato di una mente incapace di accettare che alcune cose accadano senza una ragione. Non posso saperlo ma c'è una cosa che, dopo tutto questo tempo, continuo a fare. Quando fotografo qualcuno, prima di scattare controllo sempre che cosa si trova alle sue spalle, non perché abbia paura di trovare Luca non soltanto per questo. Lo faccio perché ho imparato che, a volte, la parte più importante di una fotografia non è quella che hai deciso di immortalare ma è quella che non sapevi di avere davanti. E perché, se per caso dovessi vedere un uomo con una macchina fotografica nera, una borsa di pelle consumata e lo sguardo di chi ha appena assistito a qualcosa di terribile, so che cosa farei. Non gli chiederei il nome, non gli domanderei che cosa ha visto e non cercherei di guardare la fotografia, me ne andrei. Perché ci sono storie che non vogliono essere raccontate, ci sono immagini che non dovrebbero essere conservate e ci sono persone che, una volta finite dall'altra parte dell'obiettivo, non riescono più a tornare indietro.
Se un giorno vi capitasse di incontrare il fotografo dell'ultimo scatto, ricordatevi di una cosa. Non tutte le fotografie servono a ricordare ciò che è accaduto. Alcune servono ad avvertirvi di ciò che sta per accadere e altre, forse le più terribili, non fanno altro che mostrarvi qualcosa che è già successo. Anche se voi non lo ricordate, anche se nessuno ve l'ha mai raccontato, anche se, fino a quel momento, eravate convinti di non essere mai stati lì. Perciò, se durante una fiera di Halloween qualcuno vi scatta una fotografia e poi vi guarda con gli occhi pieni di una tristezza che non riuscite a comprendere, non cercate di farvela mostrare. Non chiedetegli perché vi ha scelto e, soprattutto, non cercate di girare la stampa per leggere ciò che è scritto sul retro perché potrebbe esserci una data, un nome oppure soltanto poche parole, scritte con una grafia che non avete mai visto, ma che in qualche modo vi sembrerà familiare.
31 ottobre.
Il ragazzo non ricorda.
E se, dopo aver letto queste parole, avrete la sensazione di aver già vissuto quel momento, se vi sembrerà di riconoscere un volto che non avete mai incontrato o di ricordare una stanza nella quale non siete mai entrati, non cercate una spiegazione non aprite vecchi album, non controllate le fotografie sul vostro computer e non cercate il nome di Luca Ferri. Perché potrebbe essere già troppo tardi e perché, da qualche parte, qualcuno potrebbe aver appena premuto il pulsante.
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