Un capitolo da sfogliare
Il fotografo dell'ultimo scatto
Capitolo 10 · Il soggetto
La mattina del 5 novembre chiamai Andrea Moretti alle nove e dodici. Avevo trascorso quasi un'ora con il telefono in mano, cercando di decidere come presentarmi. Avevo scritto diverse versioni di quello che volevo dire, ma ogni frase mi sembrava sbagliata come avrei potuto spiegare a un uomo che non conoscevo di aver trovato il suo volto in una fotografia che sembrava provenire da un archivio impossibile? Come avrei potuto chiedergli se conoscesse Luca Ferri senza sembrare uno squilibrato? Alla fine scelsi la verità, almeno quella che potevo raccontare senza parlare delle immagini comparse sul mio computer.
"Pronto?"
La voce dall'altra parte era maschile, bassa e leggermente rauca. Sembrava appartenere a un uomo anziano, ma non riuscii a stabilirne l'età.
"Buongiorno. Mi chiamo Andrea. La contatto perché sto facendo una ricerca sulla storia di alcuni vecchi studi fotografici a Lucca. Ho trovato il suo nome in un archivio relativo a una mostra di molti anni fa."
Ci fu una pausa.
"Quale archivio?"
Glielo spiegai, cercando di essere preciso. Gli dissi che avevo trovato alcuni riferimenti allo Studio Ferro e che mi interessava ricostruire il lavoro di chi aveva collaborato con Alberto Ferro. Evitai di nominare subito Luca. Moretti rimase in silenzio per qualche secondo.
"Perché sta cercando proprio me?"
Era una domanda legittima, e non volevo mentire.
"Ho trovato alcune fotografie che sembrano collegate allo studio. In una di queste compare una persona che potrebbe essere lei."
"Potrebbe?"
"Non ne sono sicuro."
Sentii un respiro dall'altra parte della linea.
"Mi mandi la fotografia."
Esitai. Non avevo il suo indirizzo e-mail, e non ero certo che volesse ricevere immagini da uno sconosciuto. Gli chiesi se avesse un recapito a cui inviarla. Me ne dettò uno lentamente, poi aggiunse una frase che mi fece stringere il telefono.
"Non mi mandi fotografie di persone che non conosce."
"Perché?"
"Perché non sa che cosa sta guardando."
La chiamata si interruppe pochi secondi dopo. Rimasi immobile, con il telefono ancora all'orecchio non avevo ricevuto una spiegazione, ma il tono di Moretti non era stato quello di un uomo semplicemente infastidito da una ricerca. Aveva parlato come qualcuno che conosceva già la domanda che stavo per fargli, come se la mia telefonata fosse soltanto l'ennesima ripetizione di una conversazione avvenuta molte volte. Mandai un messaggio a Ettore, raccontandogli brevemente quello che era successo. Poi aprii la cartella delle fotografie e selezionai la stampa in cui compariva l'uomo anziano con la cicatrice sulla guancia. Non gli inviai l'immagine del ragazzo sulla panchina, né la fotografia di Luca con la piccola stampa in mano. Per il momento volevo verificare soltanto l'identità di Moretti.
Allegai il file e scrissi poche righe.
'Buongiorno, come concordato le invio la fotografia. Sto cercando di ricostruire la storia dello Studio Ferro e dei fotografi che vi hanno lavorato. Se riconosce qualcuno nell'immagine, le sarei grato per qualsiasi informazione.'
Rilessi il messaggio prima di inviarlo. Mi sembrava troppo formale, quasi freddo, ma non volevo spingerlo a parlare di qualcosa che poteva considerare personale. La risposta arrivò dopo undici minuti.
'Quella fotografia non avrebbe dovuto essere conservata.'
Nient'altro. Nessuna spiegazione, nessuna conferma della sua identità. Soltanto quella frase. Provai a chiamarlo di nuovo, ma il telefono risultò irraggiungibile. Fu a quel punto che capii che non avrei ottenuto le risposte che cercavo attraverso una semplice conversazione. Moretti poteva essere spaventato, diffidente o convinto che qualcuno stesse cercando di riportarlo a un passato che aveva preferito dimenticare. Non sapevo quale fosse la verità, ma avevo la sensazione che il nome di Luca Ferri avrebbe cambiato il tono della conversazione. Ero sul punto di scrivergli un altro messaggio quando ne arrivò uno nuovo.
'Se vuole capire, venga da solo. Non porti la macchina fotografica.'
Sotto c'era un indirizzo. Non era a Lucca, ma in una cittadina poco distante, in una strada residenziale che non conoscevo. Il messaggio non conteneva un orario, né una spiegazione. Soltanto una frase aggiunta alla fine.
'E non dica a Luca che mi ha trovato.'
Rimasi a guardare lo schermo, non sapevo se fidarmi poteva trattarsi di una trappola, di un modo per attirarmi lontano da Ettore o di un tentativo di spaventarmi ancora. Non avevo alcuna garanzia che il messaggio provenisse davvero da Moretti, anche se era arrivato dallo stesso numero utilizzato durante la telefonata. La prima cosa che feci fu chiamare Ettore.
"Non ci vai da solo" disse appena ebbe ascoltato il mio racconto.
"Moretti ha chiesto esplicitamente che vada da solo."
"E tu hai intenzione di obbedire?"
"No. Ma se gli porto qualcuno, potrebbe non parlare."
"Se è davvero Moretti, potrebbe anche non essere in pericolo. Non abbiamo motivo di pensare che Luca sappia dove si trova o che stia cercando di raggiungerlo."
"Allora perché mi ha scritto di non dirglielo?"
Ettore non rispose immediatamente.
"Perché potrebbe avere paura di lui. Oppure perché vuole convincerti che ci sia qualcosa da temere. In entrambi i casi, non possiamo prendere per buona ogni sua parola."
Sapevo che aveva ragione, ma avevo anche la sensazione che, se avessi rinunciato a incontrare Moretti, avrei perso la possibilità di ottenere finalmente una spiegazione da qualcuno che aveva conosciuto Luca prima che diventasse una leggenda.
"Facciamo così" dissi. "Vado all'indirizzo, ma resto in un luogo pubblico nelle vicinanze. Ti mando la posizione e ti chiamo appena arrivo. Non entro in casa sua senza aver prima capito chi è."
Ettore sospirò.
"Non mi piace, ma è meglio che tu non faccia niente senza avvertirmi. Se qualcosa non ti convince, te ne vai. Non devi dimostrare niente a nessuno."
Gli promisi che avrei fatto attenzione. Poi presi il telefono, annotai l'indirizzo e uscii.
La casa di Moretti si trovava in una strada tranquilla, lontana dal centro. Era un edificio basso, con una facciata color crema e una piccola siepe davanti al cancello. Non c'erano telecamere visibili, né targhette che indicassero il nome degli abitanti. Una bicicletta era appoggiata contro il muro del giardino, e dietro una finestra si intravedeva una libreria piena di volumi. Arrivai poco dopo mezzogiorno.
Prima di avvicinarmi al cancello, mandai a Ettore un messaggio con l'indirizzo poi lo chiamai e gli dissi che avrei aspettato qualche minuto per vedere se qualcuno usciva. Non volevo entrare immediatamente in una casa sconosciuta, soprattutto dopo tutto quello che era successo. Rimasi dall'altra parte della strada, fingendo di controllare il telefono. Dopo circa dieci minuti, la porta si aprì e l'uomo che uscì era lo stesso della fotografia. Capelli bianchi, volto scavato, una piccola cicatrice sulla guancia sinistra. Indossava una giacca scura e teneva in mano una busta di carta. Si guardò intorno con attenzione, poi fissò lo sguardo nella mia direzione. Non poteva sapere con certezza chi fossi, ma ebbi la sensazione che mi avesse riconosciuto. Attraversò la strada senza salutarmi.
"È lei quello delle fotografie?"
La domanda mi colse impreparato.
"Non so a cosa si riferisca."
"Certo che lo sa."
Mi osservò per qualche secondo, poi abbassò lo sguardo sulla mia borsa.
"Ha portato la macchina?"
"No."
Era vero. Avevo lasciato la reflex a casa, come mi aveva chiesto. Moretti sembrò rilassarsi appena.
"Bene. Venga."
Aprì il cancello e mi fece entrare, non mi invitò subito in casa ma mi condusse in un piccolo laboratorio sul retro, una stanza con pareti chiare, scaffali pieni di scatole e un tavolo da lavoro coperto di vecchi strumenti fotografici. L'odore di carta e prodotti chimici era così intenso da ricordarmi immediatamente lo Studio Ferro. Sopra una mensola c'erano alcune macchine fotografiche analogiche, un ingranditore e una serie di vaschette per lo sviluppo. Nonostante l'aspetto ordinato, il laboratorio sembrava inutilizzato da molto tempo. Un sottile strato di polvere copriva gli scaffali, e alcuni fogli erano ingialliti dall'umidità.
Moretti chiuse la porta.
"Mi ha detto che sta cercando di ricostruire la storia dello studio."
"Sì."
"Non è una ricerca che le consiglio di continuare."
"Perché?"
L'uomo mi guardò con un'espressione stanca.
"Perché ci sono cose che non possono essere ricostruite attraverso le fotografie. E perché alcune persone hanno passato anni a cercare di trasformare un errore in una verità."
Pensai a Luca, alle annotazioni nella cartella 'Assenze' e alle immagini che sembravano anticipare eventi futuri.
"Sta parlando di lui?"
Moretti non chiese a chi mi riferissi.
"L'ha incontrato?"
"Sì."
"Le ha mostrato le fotografie?"
"Non direttamente. Ma ho trovato immagini che sembrano appartenere al suo archivio."
L'uomo si sedette su una sedia vicino al tavolo e rimase in silenzio per qualche secondo. Poi aprì la busta che aveva portato con sé e ne estrasse una fotografia. La posò davanti a me, con il fronte rivolto verso il basso.
"Prima di guardarla, voglio che mi dica una cosa. Lei crede che una fotografia possa mostrare il futuro?"
La domanda mi fece esitare. Avrei potuto rispondere di sì, raccontandogli tutto quello che avevo visto. Avrei potuto dire di no, cercando di sembrare razionale. Ma nessuna delle due risposte sarebbe stata sincera.
"Non lo so" dissi. "Ho visto immagini che sembravano anticipare eventi, ma non riesco a dimostrare che fosse davvero così. Potrebbero essere state manipolate, oppure potrei aver interpretato male quello che mostrano."
Moretti annuì lentamente.
"È una risposta migliore di quella che diedi io."
Girò la fotografia. Era il ritratto di una donna giovane, con i capelli raccolti e un vestito scuro. Stava in piedi davanti a una finestra, con una mano appoggiata al vetro. Il volto era rivolto verso l'obiettivo, ma gli occhi sembravano guardare qualcosa oltre la spalla del fotografo. Sul retro c'era una data.
'31 Ottobre'
Nessun anno, nessun nome. Soltanto una frase scritta a mano.
'Questa volta posso salvarla.'
Mi si chiuse lo stomaco.
"Chi è?" domandai.
Moretti si passò una mano sulla fronte.
"Si chiamava Elena."
Non aggiunse altro, aspettai qualche secondo ma l'uomo non sembrava intenzionato a continuare. La fotografia era vecchia, con i bordi consumati e una piccola piega nell'angolo inferiore. Non potevo sapere quando fosse stata scattata, ma avevo la sensazione che non appartenesse allo stesso gruppo di immagini che avevo trovato nella cartella 'Assenze'.
"Che cosa le è successo?"
Moretti guardò la fotografia.
"È morta."
La sua voce non cambiò, ma vidi la mano stringersi intorno al bordo del tavolo.
"Quando?"
"Molti anni fa."
"E Luca era presente?"
L'uomo alzò lo sguardo.
"Luca era convinto di poterla salvare."
Non sapevo cosa dire. Moretti si alzò, aprì un cassetto e ne estrasse un secondo fascicolo. Dentro c'erano altre fotografie, tutte della stessa donna. In alcune sorrideva, in altre guardava l'obiettivo con un'espressione seria, una la ritraeva seduta su una panchina con un cappotto chiaro e una borsa sulle ginocchia. Un'altra mostrava un corridoio vuoto, con una porta socchiusa sullo sfondo.
"Queste immagini sono state scattate in giorni diversi" disse. "Almeno, così risultava dalle date. Ma Luca sosteneva che alcune fossero state realizzate prima degli eventi che mostravano."
"In che senso?"
Moretti mi porse una fotografia, era un'immagine di Elena davanti a una porta di metallo. La donna aveva una mano appoggiata alla maniglia e il volto rivolto verso il basso. Sullo sfondo si vedeva un cartello di uscita di sicurezza. Mi ricordai immediatamente della fotografia del soggetto 017; la porta, il cartello, il modo in cui la luce cadeva sul pavimento. Non erano identici, ma la somiglianza era evidente.
"Luca diceva che quella fotografia era stata scattata prima della morte di Elena" continuò Moretti. "Sosteneva di aver visto qualcosa nell'immagine, un dettaglio che gli aveva permesso di capire che cosa sarebbe successo. Non riuscì mai a spiegarmi come avesse fatto a riconoscerlo."
"E lei gli credeva?"
"All'inizio sì."
Moretti tornò a sedersi.
"Conoscevo Luca da anni. Era un fotografo capace, ma anche un uomo che aveva bisogno di trovare un significato nelle cose. Quando mi disse di aver visto qualcosa in quella fotografia, pensai che avesse notato un dettaglio che a me era sfuggito. Gli chiesi di mostrarmi l'immagine originale. Lui si rifiutò."
"Perché?"
"Disse che non avrei capito."
Mi venne in mente la stessa frase, ripetuta in forme diverse nelle annotazioni della cartella.
'Non guardare le immagini. Guarda le annotazioni sul retro.'
'Non tutte le fotografie che porta con sé sono state scattate da lui.'
Forse Luca aveva costruito un sistema di significati intorno alle fotografie, forse credeva davvero che le immagini contenessero qualcosa che gli altri non potevano vedere ma non riuscivo ancora a capire se avesse inventato tutto oppure se fosse partito da un'esperienza che non era riuscito a spiegare.
"Che cosa è successo a Elena?" chiesi di nuovo.
Moretti abbassò lo sguardo.
"È morta durante un incendio."
La stanza sembrò diventare più fredda.
"Dove?"
"In un edificio che ospitava alcuni laboratori. Non era lo Studio Ferro, ma Luca lavorava spesso lì. Elena era andata a trovarlo. Quando scoppiò l'incendio, lui non era presente."
"E la fotografia?"
"Luca sosteneva che l'immagine mostrasse il corridoio in cui Elena sarebbe rimasta intrappolata. Diceva di averla scattata giorni prima, ma non riuscì mai a dimostrare quando fosse stata realizzata. La data sul retro era stata scritta a mano, e i negativi erano scomparsi."
"Quindi non sappiamo se fosse una previsione."
"Esatto."
Moretti pronunciò quella parola con una stanchezza che mi colpì più di qualsiasi racconto soprannaturale.
"Non sappiamo se Luca avesse davvero visto qualcosa. Non sappiamo se la fotografia fosse stata scattata prima o dopo l'incendio. E non sappiamo se avrebbe potuto fare qualcosa per impedire la morte di Elena."
"Ma lui era convinto di sì."
"Sì."
L'uomo si appoggiò allo schienale.
"Dopo la morte di Elena, Luca cambiò. Cominciò a fotografare persone sconosciute, a raccogliere immagini e a scrivere annotazioni. Diceva che alcune persone erano destinate a morire, ma che in certi casi era possibile intervenire. Non parlava mai di polizia, di soccorsi o di prevenzione. Parlava di salvarle."
"Che cosa intendeva con salvare?"
Moretti mi guardò negli occhi.
"All'inizio pensavo che volesse impedire gli incidenti. Poi ho capito che la sua idea di salvezza era diventata qualcosa di diverso."
Non aggiunse altro, ma la frase mi rimase dentro. Perché la sua idea di salvezza era diventata qualcosa di diverso. Mi vennero in mente la ragazza vestita da bambola, il bambino con il costume da vampiro e il cosplayer con la maschera bianca. Luca li aveva fotografati tutti, e ogni volta aveva reagito come se avesse visto qualcosa di terribile. Aveva detto alla ragazza che era perfetta, al bambino che gli dispiaceva e al cosplayer di non andare da nessuna parte da solo. Non sapevo che cosa significassero quelle reazioni ma cominciavo a sospettare che Luca non considerasse più le fotografie come semplici immagini. Le considerava avvertimenti, forse perfino sentenze.
"Lei ha mai visto qualcosa di simile?" domandai. "Una fotografia che mostrasse un evento prima che accadesse?"
Moretti non rispose immediatamente poi si alzò e raggiunse uno scaffale in fondo alla stanza. Prese una scatola di metallo, la posò sul tavolo e ne aprì il coperchio. Dentro c'erano diverse fotografie avvolte in fogli di carta.
"Una volta" disse.
Mi porse la prima. Era il ritratto di un uomo anziano, seduto davanti a una finestra. La somiglianza con la fotografia comparsa nella cartella 'Assenze' era impressionante. Non potevo stabilire se si trattasse dello stesso scatto, ma il volto era identico.
"È lei?" chiesi.
Moretti annuì.
"La fotografia è stata scattata molti anni fa. All'epoca non avevo ancora capito cosa stesse succedendo. Quando la sviluppai, notai che dietro di me compariva una figura che non ricordavo di aver visto. Non era un riflesso, almeno non uno che riuscissi a spiegare. Sembrava una persona ferma davanti alla porta del laboratorio."
"Chi era?"
"Non lo so."
Girò la stampa e sul retro c'era una frase scritta a mano.
'Non è ancora il momento.'
Mi mancò il fiato, era la stessa annotazione che avevo trovato in una delle fotografie della cartella 'Assenze'. Moretti continuò a parlare.
"Luca vide quella fotografia e disse che la figura non era importante. Mi disse di guardare il mio volto, non quello che compariva alle mie spalle. Sosteneva che l'immagine mostrasse un cambiamento che sarebbe avvenuto in seguito, qualcosa che riguardava me e non la persona riflessa."
"E che cosa accadde?"
Moretti richiuse lentamente la scatola.
"Non successe niente di particolare. Almeno, niente che potessi collegare con certezza alla fotografia. Per anni pensai che Luca avesse inventato una spiegazione per giustificare un errore tecnico. Poi, molto tempo dopo, trovai una seconda stampa della stessa immagine."
Mi porse un'altra fotografia, era identica alla prima tranne per un dettaglio: la figura dietro di lui non c'era più. Al suo posto si vedeva soltanto la porta del laboratorio, chiusa. Sul retro era comparsa una nuova annotazione.
'Adesso ricordi.'
Rimasi a fissare le due stampe, incapace di trovare una spiegazione.
"Che cosa significa?" domandai.
Moretti scosse la testa.
"Non lo so. Non l'ho mai saputo. Ma è stato il momento in cui ho smesso di fidarmi di Luca."
"Perché?"
"Perché mi accorsi che non cercava più di capire le fotografie. Cercava di convincermi a credere alla sua interpretazione."
Le parole mi colpirono con una forza inattesa. Era esattamente ciò che temevo stesse accadendo a me. Le fotografie mi mostravano dettagli impossibili, o almeno difficili da spiegare ma ogni volta che cercavo di interpretarli, finivo per costruire una storia intorno a ciò che vedevo. Una storia in cui Luca era il protagonista, le immagini erano indizi e io ero il soggetto di un esperimento che non avevo mai accettato. Non avevo prove che fosse davvero così eppure, se Luca aveva convinto Moretti a credere nelle sue interpretazioni, forse avrebbe potuto fare lo stesso con chiunque.
"Perché mi ha chiesto di venire qui?" domandai.
Moretti rimase in silenzio per qualche secondo, poi prese un'ultima fotografia dalla scatola. Era una stampa recente, con colori più nitidi delle altre. Mostrava un uomo in piedi davanti a una porta, con una macchina fotografica nera in mano. Il volto era rivolto verso l'obiettivo, ma la luce impediva di distinguere i lineamenti. Sotto l'immagine c'era una data.
'31 Ottobre'
E una frase.
'Il soggetto è tornato.'
"Questa fotografia mi è stata recapitata qualche settimana fa" disse Moretti. "Non c'era un mittente, né un messaggio. Soltanto l'immagine."
"Chi pensa che l'abbia inviata?"
"Luca."
"Ne è sicuro?"
"No. Ma riconosco la macchina fotografica. E conosco il modo in cui annota le date."
Moretti mi guardò.
"Quando ho visto la fotografia, ho capito che qualcuno aveva ricominciato a cercarmi. Non sapevo perché, né che cosa volesse da me. Poi ho ricevuto la sua e-mail."
Mi sentii improvvisamente a disagio.
"Quindi pensa che io sia collegato a questa storia?"
"Non lo penso. Lo temo."
L'uomo posò la fotografia sul tavolo.
"La sua immagine è comparsa in un archivio che credevo scomparso. Luca ha fotografato lei, oppure qualcuno ha usato il suo nome per attirare la mia attenzione. In entrambi i casi, non è una coincidenza che mi preoccupa."
"Che cosa dovrei fare?"
Moretti mi guardò con un'espressione che non dimenticherò facilmente.
"Smettere di cercare di capire che cosa vede Luca e cominciare a chiedersi che cosa vuole ottenere da lei."
Non risposi, perché era la prima volta che qualcuno mi suggeriva una domanda diversa da tutte quelle che mi ero posto fino a quel momento. Avevo cercato di capire come funzionassero le fotografie, da dove provenissero e se potessero mostrare il futuro. Avevo cercato di scoprire chi fosse Luca Ferri, cosa fosse successo nello Studio Ferro e perché il suo nome comparisse nelle immagini che avevo trovato ma non mi ero mai chiesto che cosa volesse da me. Forse voleva soltanto spaventarmi, forse cercava qualcuno disposto a credere alla sua storia, forse voleva dimostrare che le fotografie contenevano davvero qualcosa che gli altri non riuscivano a vedere. Oppure aveva un motivo molto più semplice e aveva bisogno di qualcuno che lo assolvesse.
"Lei crede che Luca abbia ucciso Elena?" chiesi.
Moretti abbassò gli occhi.
"Non ho prove che l'abbia fatto. Non posso dirle una cosa del genere."
"Ma crede che sia responsabile della sua morte?"
L'uomo rimase a lungo in silenzio.
"Credo che, dopo aver visto quella fotografia, Luca abbia cominciato a convincersi di avere il diritto di decidere per gli altri. E credo che questa convinzione sia diventata più importante della verità."
Si alzò e raggiunse la porta.
"Non posso dirle altro. Non perché voglia proteggerlo, ma perché non so più distinguere quello che ho visto da quello che mi è stato raccontato. Ho passato anni a cercare di ricordare quella fotografia, e ormai non so se i miei ricordi siano ancora miei."
Mi alzai anch'io e prima di uscire mi voltai verso la scatola di metallo.
"Posso fotografare le immagini?"
Moretti scosse la testa.
"No."
Non insistetti avevo già ricevuto più informazioni di quante ne avessi ottenute in tutti i giorni precedenti, e non volevo rovinare quel risultato trasformando la conversazione in uno scontro. Mentre mi accompagnava alla porta, Moretti si fermò.
"C'è una cosa che deve sapere. Luca non è sempre stato così."
Lo guardai.
"Com'era?"
L'uomo sembrò cercare le parole giuste.
"Era un uomo che aveva paura di perdere le persone. Quando Elena è morta, quella paura è diventata qualcosa di diverso. Ha cominciato a vedere ogni fotografia come un'occasione per impedire che accadesse di nuovo. All'inizio cercava di avvertire le persone, di convincerle a cambiare strada. Ma quando qualcuno non gli credeva, lui non riusciva ad accettarlo."
"E allora che cosa faceva?"
Moretti aprì la porta.
"Questo deve scoprirlo da solo. Ma non commetta il mio errore: non confonda la sua paura con la sua innocenza."
Uscii senza rispondere. Fuori, la strada era tranquilla. Il cielo si era schiarito e un leggero vento muoveva le foglie della siepe. Tutto sembrava normale, ma avevo la sensazione di essere tornato da un luogo in cui il passato non era mai davvero finito. Chiamai Ettore e gli raccontai quello che avevo scoperto. Gli parlai di Elena, dell'incendio e delle fotografie che Moretti aveva conservato. Gli raccontai anche del suo avvertimento, della possibilità che Luca avesse trasformato il bisogno di salvare gli altri in una giustificazione per le proprie azioni. Ettore ascoltò senza interrompermi.
"Non è una prova che abbia fatto del male a qualcuno" disse quando ebbi finito. "Ma è una ragione in più per non fidarsi della sua versione dei fatti."
"Lo so."
"E adesso cosa vuoi fare?"
Guardai la strada davanti a me.
"Voglio capire che cosa è successo a Elena."
"E se scoprissi che non c'è niente da scoprire?"
Non risposi subito.
"Allora almeno saprò che ci ho provato."
Chiusi la chiamata e mi incamminai verso la fermata. Non sapevo se avrei mai trovato una spiegazione per quelle fotografie, non sapevo se Luca vedesse davvero qualcosa attraverso l'obiettivo o se avesse imparato a interpretare ogni immagine come una minaccia. Ma ormai avevo capito che il mistero non poteva essere risolto soltanto esaminando i file, dovevo scoprire che cosa fosse accaduto prima che Luca cominciasse a fotografare gli sconosciuti, prima della cartella 'Assenze' e prima della ragazza vestita da bambola. Dovevo scoprire che cosa fosse successo a Elena e soprattutto dovevo capire perché, tanti anni dopo, Luca sembrasse convinto che il soggetto della sua prossima fotografia fossi io.
Quando arrivai a casa, trovai una busta infilata sotto la porta. Non c'era un mittente, né un francobollo era una semplice busta bianca, chiusa con una striscia di nastro adesivo la raccolsi e rimasi per qualche secondo a guardarla. Poi la aprii e dentro c'era una sola fotografia. Ritraeva Elena davanti alla finestra, con una mano appoggiata al vetro. Era la stessa immagine che Moretti mi aveva mostrato quella mattina, ma sul retro c'era una frase diversa.
'Non è morta perché non volevo salvarla.'
Sotto, in una grafia più piccola:
'E' morta perché ho aspettato.'
Mi sedetti sul pavimento dell'ingresso, con la fotografia tra le mani. Non sapevo chi l'avesse lasciata lì, né come avesse fatto a entrare nel palazzo. Non avevo modo di verificare se fosse la stessa stampa vista da Moretti o una copia realizzata in seguito ma il messaggio sembrava rispondere a una domanda che non avevo ancora avuto il coraggio di porre. Se Luca era convinto di poter salvare Elena, perché non l'aveva fatto? E se aveva davvero avuto la possibilità di intervenire, che cosa gli aveva impedito di agire?
Guardai di nuovo il volto della donna, non mi sembrò una vittima in attesa di essere salvata. Mi sembrò una persona che qualcuno aveva trasformato in un ricordo, un'immagine da conservare e reinterpretare fino a quando la verità non era diventata insopportabile. Sul retro della fotografia, sotto l'ultima frase, comparve una nuova annotazione.
'Adesso sai perché ho cominciato.'
Non c'era nessuna firma ma non ne avevo bisogno ormai riconoscevo quella grafia e, per la prima volta, cominciai a temere che Luca Ferri non volesse soltanto mostrarmi quello che credeva di vedere voleva che capissi perché aveva cominciato a farlo.
Ogni storia merita il suo tempo. Scopri le altre Fanfiction →