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Un capitolo da sfogliare

Il fotografo dell'ultimo scatto

Capitolo 6 · Il retro della fotografia

Alle otto e venti del mattino avevo già preparato il caffè due volte, dimenticandomi di berlo entrambe. La data continuava a comparire nella mia testa con la precisione di un conto alla rovescia: 3 novembre, ore 09:15. Mancavano meno di sessanta minuti all'orario indicato nella fotografia, e io non avevo la più pallida idea di cosa avrei dovuto fare. Non conoscevo il ragazzo, non sapevo dove trovarlo e non avevo alcuna prova che quella data significasse davvero qualcosa. Avrei potuto ignorarla, spegnere il computer e uscire per una passeggiata, come Ettore mi aveva suggerito più volte, sarebbe stata la scelta più ragionevole. Naturalmente, non lo feci. 

La notte precedente avevo cercato di convincermi che tutto potesse avere una spiegazione concreta. Qualcuno aveva avuto accesso alla mia macchina fotografica, al computer o a entrambi. Qualcuno aveva creato la cartella 'Assenze', modificato le immagini e costruito una sequenza di coincidenze abbastanza inquietanti da spingermi a fare esattamente quello che stavo facendo: aspettare il momento indicato da un file sconosciuto, come se obbedire a una data potesse aiutarmi a capire chi ci fosse dietro. Ero consapevole del rischio, sapevo che ogni minuto trascorso a seguire quella pista mi allontanava dalla possibilità di ragionare con lucidità. Ma c'era una differenza tra essere spaventati da qualcosa e non riuscire a smettere di cercare una risposta. Io ero arrivato al secondo punto, e la cosa cominciava a preoccuparmi più delle fotografie stesse. Aprii la cartella e controllai il file del soggetto 017, l'immagine era ancora lì, identica a quella della sera precedente. Il ragazzo sulla panchina, la bicicletta, l'insegna rossa tagliata sul margine destro. La nota sul retro continuava a recitare: Non dimenticare il rumore.

Mi concentrai sulla data del prossimo scatto. 3 Novembre, ore 09:15. Era possibile che si trattasse semplicemente dell'orario di una fotografia già programmata, magari scattata da qualcuno che seguiva il ragazzo sui social o che conosceva i suoi spostamenti. La parola prossimo non implicava necessariamente un evento tragico, poteva essere una nota personale di Luca o un promemoria riferito a un appuntamento. Il problema era che non avevo idea di quale interpretazione fosse corretta, e ormai qualsiasi ipotesi mi sembrava contemporaneamente plausibile e assurda. Provai a esaminare la seconda immagine, quella in cui il ragazzo compariva davanti alla porta di metallo. Ingrandii il cartello dell'uscita di sicurezze, ma non riuscii a ricavare altre informazioni. La scritta indicava Via Roma, un nome presente in centinaia di città italiane, la figura riflessa sul vetro poteva essere Luca ma la qualità dell'immagine non permetteva di stabilirlo con certezza. Mi accorsi allora che non avevo mai controllato una cosa, il retro della fotografia originale. Non intendo il campo delle annotazioni digitali, né i metadati che potevano essere modificati con pochi clic. Intendevo il vero retro, quello di una stampa fisica, se una stampa esisteva. Se le immagini erano state realizzate con una macchina fotografica tradizionale, o se qualcuno le aveva stampate e poi digitalizzate, avrebbero potuto contenere informazioni che non comparivano nel file. Una data impressa a penna, un timbro, un nome, un segno lasciato da chi le aveva maneggiate. 

Era un'ipotesi fragile, ma almeno mi offriva qualcosa da fare. Cominciai a controllare tutte le immagini presenti nella cartella, cercando eventuali scansioni o fotografie di stampe. Non ne trovai nessuna, erano file digitali tutti con la stessa risoluzione e una qualità sorprendentemente uniforme eppure, dopo aver confrontato le immagini notai che alcune avevano una caratteristica comune: sul bordo inferiore compariva una sottile linea grigia, quasi impercettibile come se fosse stata ritagliata da una stampa più grande. Non era un elemento sufficiente a dimostrare nulla, ma mi fece venire un'idea. Presi la mia macchina fotografica, inserii una scheda di memoria vuota e scattai una fotografia alla schermata del computer. Poi trasferii l'immagine e la confrontai con il file originale, naturalmente non erano identiche ma il confronto permise di notare qualcosa che prima mi era sfuggito: nella fotografia del ragazzo sulla panchina, il bordo inferiore non era semplicemente tagliato. Era stato coperto da una striscia nera, aggiunta in un secondo momento. Aprii l'immagine con un programma di editing e aumentai leggermente la luminosità della zona, sotto la striscia apparvero alcune lettere. Non erano abbastanza leggibili da formare una parola completa, ma riuscivo a distinguere una sequenza di caratteri bianchi, stampati su uno sfondo scuro. Sembravano appartenere a una didascalia o a una scritta che qualcuno aveva cercato di nascondere. Lavorai sull'immagine per diversi minuti, provando a modificare contrasto e nitidezza. Alla fine ottenni soltanto tre frammenti: una lettera, un numero e una parola incompleta.

...RRO -- 017 -- COPIA.

Rimasi a fissare lo schermo, la parola copia poteva significare qualsiasi cosa; una duplicazione del file, una stampa, una versione di prova. Il numero 017 coincideva con quello del soggetto, ma non sapevo se fosse stato aggiunto dalla stessa persona o se fosse semplicemente una numerazione progressiva. Il frammento iniziale, invece, mi sembrava familiare.

RRO.

Lo lessi a bassa voce, poi provai a pronunciarlo insieme alle lettere che avrebbero potuto precederlo. Non ottenni nulla di utile forse era una parte di un cognome, forse di un luogo. Poteva perfino essere un errore di compressione, una combinazione casuale di pixel che il mio cervello stava cercando di trasformare in una parola. Mi massaggiai le tempie e guardai l'orologio. Erano le 8:52. Dovevo decidere se cercare il ragazzo o aspettare ma aspettare senza fare nulla mi sembrava ormai impossibile. Presi il telefono e chiamai Ettore. Questa volta gli raccontai tutto, compresi i messaggi anonimi, la fotografia comparsa nella directory temporanea e l'orario dell'incidente. Non cercai di rendere la storia più convincente di quanto fosse, gli dissi chiaramente che non avevo prove che potevo sbagliarmi e che ero consapevole di quanto tutto suonasse assurdo. Ettore non mi interruppe, quando ebbi finito sentii un sospiro dall'altra parte della linea. 

"Va bene" disse infine. "Ti credo quando dici che hai trovato quei file. Non significa che dobbiamo credere anche a quello che sembrano raccontare."

"Lo so."

"E allora facciamo una cosa, mandami le fotografie. Le guardo anch'io, magari noto qualcosa che ti è sfuggito."

Esitai, non avevo voglia di coinvolgerlo ulteriormente ma sapere che qualcuno altro avrebbe esaminato le immagini avrebbe potuto aiutarmi a capire se stessi perdendo il senso delle proporzioni. Gli invia le due fotografie del ragazzo, insieme alla nota sul retro. Evitai di mandargli quella che mi ritraeva nella mia stanza non sapevo perché, ma l'idea di condividerla mi dava la sensazione di rendere più reale qualcosa che avrei preferito lasciare confinato sul mio computer.

"La prima sembra scattata in una strada del centro" disse Ettore dopo qualche minuto. "La seconda potrebbe essere una porta di servizio, non riesco a capire dove."

"E il numero?"

"Potrebbe essere un codice. Un numero di catalogazione, magari. Se il tizio è un fotografo, non sarebbe strano che numerasse i soggetti."

"Il problema è la data."

"Il problema è che stai dando per scontato che la data abbia un significato preciso."

Aveva ragione, e questo mi irritò più di quanto avrebbe dovuto.

"Se fosse un promemoria?"

"Potrebbe esserlo."

"E se invece fosse un appuntamento con quel ragazzo?"

"Potrebbe essere anche quello. Andrea, non possiamo sapere niente finché non troviamo un elemento di verificabile."

Guardai di nuovo la fotografia.

"Come facciamo a trovarlo?"

"Partiamo dalle cose che sappiamo. Hai detto che nell'immagine c'è una bicicletta, un'insegna rossa e una strada con edifici color ocra. Cerca le attività commerciali con quell'insegna, prova con le immagini delle strade, se riesci a riconoscere la città ma non andare a caccia di uno sconosciuto perché un file ti ha detto di farlo."

"Non voglio fargli del male."

"Non ho detto questo. Ti sto dicendo che non sai nemmeno se esista davvero."

La frase mi colpì più di quanto avrei voluto ammettere, il ragazzo esisteva nella fotografia questo era indiscutibile ma non sapevo quando fosse stata scatta, chi avesse realizzato il ritratto o se l'immagine rappresentasse una persona reale. Non avevo un nome, un profilo social, un luogo identificabile avevo soltanto un volto e un numero eppure, mentre parlavo con Ettore, cominciai a sentire una pressione crescente, una fretta che non riuscivo a spiegare. Mancavano pochi minuti alle 09:15 e avevo l'impressione che, se avessi lasciato passare quell'ora senza fare nulla, avrei perso l'unica occasione per capire che cosa significasse la fotografia.

"Aspetta" disse Ettore all'improvviso.

Lo sentii digitare qualcosa.

"Mi hai detto che la fotografia è stata scattata il 31 Ottobre alle 17:12, giusto?"

"Sì."

"E l'altra immagine, quella davanti alla porta, riporta il 2 Novembre."

"Senza anno."

"Ho capito, guarda il bordo inferiore della prima. Quello che hai modificato."

"Che cosa dovrei vedere?"

"Non lo so ancora. Mandami la versione ingrandita."

Gli inviai il file, passarono alcuni secondi poi Ettore parlò con un torno diverso, più attento.

"Andrea, credo che quelle lettere non siano una didascalia."

"E cosa sarebbero?"

"Non ne sono sicuro, ma sembrano parte di un timbro. Vedi quel piccolo cerchio a sinistra? Potrebbe essere il marchio di uno studio fotografico."

Mi avvicinai allo schermo, il cerchio era minuscolo quasi invisibile ma una volta che Ettore me lo aveva indicato non riuscii più a ignorarlo.

"Riesci a leggere il nome?"

"No, però il frammento che hai trovato potrebbe essere la fine della parola. Forse il nome di una città, forse quello di un laboratorio."

"Possiamo cercarlo."

"Sì, ma prima guarda l'ora."

Erano le 9:07.

Mi accorsi che stavo trattenendo il respiro.

"Non fare niente di avventato" aggiunse Ettore. "Se vuoi andare a fondo, fatto con calma. E se trovi qualcosa che non sembra una minaccia concreta, rivolgiti alle autorità. Non sei obbligato a risolvere questa storia da solo."

Gli promisi che avrei fatto attenzione, anche se non ero certo di poter mantenere la promessa. Chiusa la chiamata, tornai alla cartella 'Assenze' e cercai il timbro in altre fotografie. Non compariva in tutti i file ma lo trovai in tre ritratti più vecchi, sempre sul bordo inferiore. In uno era quasi del tutto coperto da una striscia nera; negli altri due si vedeva soltanto una parte del cerchio. Aprii le immagini una accanto all'altra e cercai di confrontare i frammenti. Il disegno sembrava identico, le lettere invece cambiavano a seconda del ritaglio come se il timbro fosse stato stampato su ogni fotografia e poi parzialmente nascosto. Non avevo abbastanza informazioni per identificare lo studio ma ora sapevo che quelle immagini non erano necessariamente nate come file digitali. Qualcuno aveva fotografato delle stampe, oppure aveva acquisito le immagini da un archivio più vecchio. La striscia nera poteva essere stata aggiunta per nascondere il timbro, ma non riuscivo a capire perché. Controllai l'orologio.

9:12

Mi alzai e cominciai a camminare per la stanza, incapace di restare seduto. Mi sentivo stupido, come se stessi aspettando l'arrivo di un treno senza conoscere la stazione eppure non riuscivo a convincermi che quella data fosse casuale.

Alle 9:14 mi fermai davanti al computer.

Alle 9:15 non accadde nulla.

Nessun messaggio, nessun rumore e nessuna notifica; la fotografia rimase immobile sullo schermo, il ragazzo continuava a guardare davanti a sé, ignaro delle mie aspettative. Per un istante provai  un sollievo quasi euforico, mi venne da ridere e mi resi conto di quanto fossi arrivato vicino a credere a una storia che non aveva ancora dimostrato niente. Poi il telefono vibrò, era un messaggio di Ettore.

'Ho trovato qualcosa. Non so se è collegato, ma devi vederlo.'

Subito dopo arrivò un'immagine. Era uno screenshot di una pagina web, probabilmente un vecchio archivio fotografico. Il sito aveva una grafica antiquata e un elenco di studi fotografici chiusi o trasferiti nel corso degli anni. Ettore aveva evidenziato una voce con il cursore.

Studio Ferro - ritratti, stampe e sviluppo analogico.

Sotto il nome compariva un indirizzo: Via Roma. Non c'era indicazione della città ma il logo dello studio era un cerchio nero attraversato da una linea sottile. Accanto, una scritta sbiadita terminava con le stesse tre lettere che avevamo trovato sulla fotografia.

RRO.

Mi sedetti lentamente.

'Dove l'hai trovato?' scrissi. Ettore mi chiamò subito.

"Ho cercato gli studi fotografici che hanno chiuso negli ultimi vent'anni. E' una pagina di un archivio locale ma non specifica la città nel risultato. Ho aperto la scheda e ho visto il logo, non so se sia quello giusto."

"E se lo fosse?"

"Allora abbiamo un punto da cui partire ma non sappiamo ancora se il ragazzo sia stato fotografato lì, se Luca abbia lavorato con loro o se il timbro sia stato aggiunto in seguito."

"Puoi cercare altre informazioni?"

"Ci provo. Tu intanto non fare niente di stupido."

Gli dissi che avrei aspettato, naturalmente appena chiusa la chiamata, cominciai a cercare anch'io. Trovai diverse attività chiamate Studio Ferro, alcune ancora aperte, altre scomparse da anni. Nessuna corrispondeva con certezza alla fotografia, le immagini delle facciate erano troppo recenti, gli indirizzi incompleti e le descrizioni vaghe. La Via Roma compariva in città diverse, e il frammento del timbro non era sufficiente a distinguere uno studio dall'altro. Dopo quasi un'ora avevo soltanto una lista di possibilità e la sensazione di essere tornato al punto di partenza. Fu allora che mi accorsi di una cosa, la fotografia del ragazzo sulla panchina non era più aperta sullo schermo. Al suo posto c'era la seconda immagine, quella davanti alla porta di metallo. Non ricordavo di averla selezionata, il programma poteva aver ripristinato l'ultima immagine visualizzata oppure avevo cliccato senza pensarci. Non c'era motivo di preoccuparsi, mi avvicinai al monitor e guardai il riflesso sul vetro. La figura con la borsa di cuoio era ancora lì, sfocata e quasi invisibile. Quella volta, però, notai qualcosa nella mano destra. Non era una macchina fotografica, era una fotografia. Una piccola stampa tenuta per un angolo, con il retro rivolto verso l'obiettivo. Aumentai la luminosità, modificai il contrasto e ingrandii la zona. L'immagine diventò granulosa, ma riuscii a distinguere alcune lettere scritte a mano sul retro della stampa. Non potevo leggerle tutte, le prima sembravano formare un nome mentre le ultime erano più chiare.

Andrea.

Il mio nome.

Mi allontanai dallo schermo così bruscamente che urtai la scrivania con il fianco, il dolore improvviso mi riportò per un istante alla realtà ma non riuscì a cancellare quello che avevo appena visto. La fotografia poteva essere stata manipolata, il nome poteva essere stato aggiunto, la figura poteva non essere Luca. Tutte le spiegazioni razionali erano ancora possibili, eppure nessuna riusciva a liberarmi dalla sensazione che qualcuno avesse lasciato quell'immagine apposta per me. Aprii il file originale e controllai le dimensioni, erano cambiate non di molto ma abbastanza da indicare che l'immagine era stata modificata dopo l'ultima volta che l'avevo salvata. Il programma riportava una data di modifica di pochi secondi prima, mi precipitai nella cronologia del sistema cercando di capire quale processo avesse scritto sul file. Non trovai niente, nessuna applicazione aperta, nessun accesso remoto registrato, nessun trasferimento. Il computer era ancora scollegato da internet e la chiavetta USB non era stata rimossa.

Per la prima volta smisi di cercare una spiegazione, non perché avessi deciso di credere al soprannaturale ma perché avevo bisogno di allontanarmi da quella stanza prima di perdere completamente il controllo delle mie reazioni. Presi il telefono e chiamai Ettore, non rispose. Gli lasciai un messaggio vocale, cercando di mantenere la voce ferma. Gli dissi che avevo trovato un altro dettaglio nella fotografia e che avevo bisogno di parlargli. Non gli spiegai subito che cosa avessi visto, perché pronunciare il mio nome ad alta voce mi sembrava un gesto troppo definitivo. Poi spensi il computer, rimasi in piedi ascoltando il silenzio dell'appartamento. La luce del mattino entrava dalla finestra, illuminando la scrivania e gli oggetti che conoscevo da anni. Tutto sembrava normale eppure avevo la sensazione di essere osservato da qualcuno che si trovava dall'altra parte di una porta chiusa.

Prima di uscire, decisi di fare un'ultima cosa. Aprii il cassetto in cui conservavo le stampe delle mie fotografie più vecchie; erano ricordi di viaggi, feste, piccoli lavori e giornate che non avevo voluto affidare soltanto alla memoria di un disco rigido. Presi una busta di carta e la rovesciai sulla scrivania, controllando le immagini una per una. Non cercavo un volto particolare, volevo soltanto dimostrare a me stesso che le fotografie stampate erano oggetti reali, che avevano un'origine e una storia, che non potevano comparire o cambiare senza lasciare tracce. Quasi alla fine trovai una stampa che non ricordavo di aver conservato. Era una fotografia di Lucca, scattata molti anni prima, durante una delle mie prime visite alla fiera. Riconobbi una piazza, alcuni stand e una fila di persone in costume. L'immagine era leggermente sbiadita ma non c'era niente di insolito. La girai per controllare la data e vidi una breve annotazione sul retro, scritta con una penna blu.

'31 Ottobre. Ultimo scatto della giornata.'

 Il cuore mi diede un colpo, non ricordavo di aver scritto quella frase. La grafia non somigliava alla mia, anche se non potevo esserne certo: erano passati anni, e non avevo più scritto a mano annotazioni sulle fotografie da molto tempo. Sotto la frase c'era un timbro circolare, quasi cancellato dal tempo lo stesso logo che avevamo trovato sul file del ragazzo.

Studio Ferro.

Rimasi a fissare la stampa, cercando di ricostruire il giorno in cui era stata realizzata. Ricordavo quella visita, almeno in parte. Ero più giovane, avevo una macchina fotografica diversa e avevo trascorso la giornata a fotografare cosplayer tra gli stand ma non ricordavo di aver fatto sviluppare le immagini in uno studio chiamato Ferro, né di aver ricevuto stampe con annotazioni sul retro e, soprattutto, non ricordavo la persona sul margine destro della fotografia. Era un uomo con un cappotto scuro, una borsa di cuoio e una macchina fotografica nera. Il volto era rivolto verso di me, Luca Ferri.

Ero sicuro di non averlo mai incontrato prima di quest'anno, eppure quella fotografia dimostrava che, almeno una volta, eravamo stati nello stesso posto. Forse era soltanto una coincidenza: Lucca era piena di fotografi e un cappotto scuro e una borsa di cuoio non erano dettagli unici. Ma quando girai di nuovo la stampa, notai che sotto il timbro era comparsa una frase che non avevo visto al primo controllo. Non era scritta a penna, sembrava impressa direttamente sulla carta, con lettere sottili e regolari, come quelle di una vecchia macchina da scrivere.

'La prima volta non ti ha fotografato'

  Sotto, in caratteri più piccoli, c'era un'ultima riga.  

'La prima volta ti ha riconosciuto.'

Non so quanto tempo rimasi seduto davanti a quella fotografia, fuori la città continuava la sua giornata, le auto passavano sulla strada e qualcuno rideva nel cortile del palazzo. La vita procedeva senza sapere nulla di quello che stavo guardando. Io, invece, avevo appena trovato qualcosa che non avrei mai voluto trovare: una prova che il mio legame con Luca Ferri poteva essere cominciato molto prima del 31 ottobre di quell'anno. E se quella stampa era autentica, significava che non ero stato io a trovare Luca forse era stato lui a trovare me. La cosa peggiore, però, non era la fotografia del passato era ciò che avevo visto sul suo retro perché quando la girai ancora una volta per controllare la scritta, mi accorsi che sotto la frase era comparsa una data.

4 Novembre.

Domani. E accanto alla data, nella stessa grafia che avevo imparato a riconoscere nelle annotazioni della cartella 'Assenze', c'erano tre parole.

'Questa volta, guarda.'

Ogni storia merita il suo tempo. Scopri le altre Fanfiction →