Un capitolo da sfogliare
Il fotografo dell'ultimo scatto
Capitolo 9 · Il salvatore
Non cercai di dormire, rimasi davanti al computer fino a quando la fotografia di Moretti non cominciò a sembrarmi diversa da quella che avevo aperto pochi minuti prima. Non perché fosse realmente cambiata, almeno per quanto riuscissi a stabilire, ma perché più a lungo la osservavo più mi convincevo che l'uomo stesse cercando di comunicarmi qualcosa. Aveva lo sguardo rivolto leggermente verso sinistra, come se qualcuno si trovasse accanto alla macchina fotografica. Le labbra erano socchiuse e una mano stringeva il bordo della sedia. Sul polso destro si vedeva una macchia scura, forse un livido, forse soltanto un'ombra. Sotto l'immagine, le due frasi continuavano a tormentarmi.
'La prima volta non sono riuscito a fermarlo.'
'La seconda volta sarà diverso.'
Non sapevo chi avesse scritto quelle parole, ma cominciavo a sospettare che il riferimento non fosse a Moretti. La frase poteva essere stata annotata da Luca, dal signor Ferro o da qualcuno che conosceva entrambi. In ogni caso, suggeriva una storia già cominciata, un tentativo fallito e una seconda possibilità. La domanda era: fermare chi? Aprii le altre immagini della cartella 'Assenze' e cercai un collegamento con il nuovo ritratto, non trovai nessuna fotografia di Moretti almeno non tra quelle che avevo già esaminato. Controllai le date, le annotazioni e i nomi dei file. Alcune immagini erano prive di informazioni, altre riportavano soltanto numeri progressivi. Il ritratto di Moretti era l'unico a contenere un orario preciso coincidente con quello in cui era comparso sul mio computer.
Provai a copiare il file su una chiavetta USB. La copia riuscì senza problemi, aprii il file su un altro dispositivo e controllai che fosse identico all'originale. La fotografia non cambiò, e neppure l'annotazione. Almeno questa volta avevo una copia indipendente da conservare, qualcosa che non dipendesse soltanto dalla cartella sul computer. Poi cercai il nome di Moretti su Internet, fu una ricerca lunga e frustrante. Il cognome era comune, e le iniziali non bastavano a identificare una persona. Trovai fotografi, commercianti, insegnanti e diversi profili di persone che non avevano alcun collegamento con Lucca. Nessuno corrispondeva con certezza all'uomo della fotografia. Provai allora con il nome dello Studio Ferro, aggiungendo parole come archivio, fotografia, Lucca e negativi. I risultati furono pochi, ma uno attirò la mia attenzione: una vecchia discussione su un forum dedicato alla fotografia analogica, pubblicata molti anni prima.
Il titolo era semplice.
Sviluppo negativo — problemi con immagini doppie.
Il messaggio iniziale descriveva un fenomeno apparentemente tecnico: alcune fotografie sviluppate nello stesso rullino sembravano contenere dettagli appartenenti a scatti diversi. L'autore sosteneva che, in determinate condizioni, il laboratorio avesse sovrapposto immagini di rullini differenti, producendo risultati impossibili da ricondurre a un singolo scatto. La discussione era rimasta quasi senza risposte, tranne per un commento pubblicato qualche settimana dopo.
'Non sono sovrapposizioni. Ho visto anch'io quelle fotografie. Non guardare le immagini, guardare le annotazioni sul retro.'
L'utente che aveva scritto il commento si chiamava Ferro_Archivio. Non potevo sapere chi si nascondesse dietro quel nome, avrebbe potuto essere il proprietario dello studio, un cliente o qualcuno che aveva scelto un nickname casuale. Ma il riferimento alle annotazioni sul retro era troppo simile a quello che avevo trovato nelle fotografie di Luca. Aprii il profilo dell'utente. Non c'erano informazioni personali, soltanto altri due interventi, entrambi pubblicati nella stessa discussione. Il primo conteneva una frase che mi fece stringere i denti.
'Se una fotografia mostra qualcosa che non ricordi, non cercare di ricostruire il momento dello scatto. Cerca chi ha guardato attraverso l'obiettivo.'
Il secondo messaggio era ancora più breve.
'Luca non ha inventato tutto. Ma fidatevi di quello che dice di vedere.'
Rimasi immobile davanti allo schermo avevo trovavo una testimonianza che sembrava confermare due possibilità contemporaneamente: che qualcosa di anomalo fosse accaduto davvero nello Studio Ferro e che Luca avesse costruito una spiegazione personale attorno a quel fenomeno. Non significava che le fotografie fossero capaci di anticipare il futuro, non significava nemmeno che il contenuto del forum fosse autentico. Chiunque avrebbe potuto scrivere quei messaggi, magari anni dopo gli eventi, inventando una storia per alimentare la leggenda. Eppure avevo finalmente una pista.
La discussione conteneva un collegamento a un vecchio sito dello studio, ormai inattivo. Lo aprii e mi ritrovai davanti a una pagina essenziale, con un logo circolare e una breve descrizione dei servizi offerti. In fondo alla pagina compariva un indirizzo e-mail che probabilmente non esisteva più. Lo copiai nel mio quaderno e poi controllai l'ora. Erano quasi le due del mattino, chiusi il browser e mi alzai dalla sedia. Avevo passato troppe ore davanti allo schermo, e ogni nuova informazione sembrava aprire altre domande invece di risolvere quelle precedenti. Dovevo fermarmi, almeno per qualche ora. Il giorno dopo avrei potuto ricontattare Ettore, verificare il vecchio indirizzo e cercare informazioni più concrete su Moretti.
Prima di spegnere il computer, però, aprii ancora una volta la fotografia. L'uomo sedeva davanti alla finestra, con le mani sulle ginocchia. La luce proveniva da sinistra, illuminandogli metà del volto e lasciando l'altra metà in ombra. Non c'era niente di particolarmente inquietante nell'immagine, ma adesso che conoscevo il nome del soggetto mi sembrava di poter distinguere qualcosa nella sua espressione.
Non paura o rassegnazione. Sotto il ritratto comparve una terza riga, che non avevo visto prima.
'Non lasciare che ti racconti di essere un salvatore.'
Rimasi a fissarla fino a quando lo schermo si oscurò.
La mattina seguente incontrai Ettore in un bar vicino a casa sua. Avevo portato con me la chiavetta USB, il quaderno con gli appunti e alcune fotografie stampate. Volevo che vedesse tutto, senza omissioni, perché ormai avevo capito che il mio bisogno di risolvere la vicenda da solo stava diventando parte del problema. Ettore arrivò con dieci minuti di ritardo, si sedette di fronte a me e ordinò un caffè.
"Hai l'aspetto di uno che ha passato la notte a guardare un monitor."
"Non ho dormito molto."
"Questo l'avevo intuito."
Gli raccontai della fotografia di Moretti e della vecchia discussione sul forum. Gli mostrai il commento che metteva in guardia da Luca e gli lessi le annotazioni comparse sotto il ritratto. Ettore non sembrava convinto, ma questa volta non liquidò tutto come una coincidenza.
"Dobbiamo trovare questo Moretti" disse.
"Non sappiamo nemmeno se sia ancora vivo."
"Allora cominciamo dal nome completo. Hai una fotografia, un riferimento allo studio e un vecchio archivio. Possiamo cercare negli elenchi pubblici, negli archivi fotografici o nelle discussioni dell'epoca."
"E se Luca lo sta cercando?"
Ettore appoggiò la tazzina sul tavolo.
"Non sappiamo se Luca stia cercando qualcuno. Non sappiamo neppure se sia davvero lui a mandarti queste immagini."
"Ma qualcuno vuole che io lo trovi."
"Questo è più probabile. E proprio per questo dobbiamo essere prudenti."
Aveva ragione. Non potevo continuare a comportarmi come se ogni messaggio fosse un ordine da eseguire. Se qualcuno stava cercando di guidarmi verso Moretti, avrei dovuto capire perché prima di fare qualsiasi altra cosa. Decidemmo di iniziare dalle informazioni disponibili sullo Studio Ferro. Ettore trovò una vecchia registrazione commerciale che riportava il nome completo del proprietario: Alberto Ferro. L'attività risultava cessata da molti anni e non c'erano recapiti aggiornati, ma una breve nota indicava che lo studio aveva collaborato con diversi fotografi locali durante gli anni in cui Lucca Comics era diventata un appuntamento sempre più frequentato. Cercammo anche il nome di Moretti, provando diverse combinazioni di iniziali e parole chiave. Dopo quasi un'ora, trovammo un riferimento a un certo Andrea Moretti, fotografo amatoriale che aveva partecipato a una mostra collettiva molti anni prima. La scheda era incompleta e non conteneva una fotografia del volto, ma indicava che l'uomo aveva vissuto nella provincia di Lucca. Non potevamo essere certi che fosse la stessa persona tuttavia, un articolo d'archivio relativo alla mostra riportava una breve dichiarazione attribuita a Moretti. Parlava del rapporto tra fotografia e memoria, del modo in cui un'immagine poteva modificare il ricordo di un evento e della responsabilità di chi decideva di mostrarla agli altri. Una frase mi colpì più delle altre.
'Il fotografo non è proprietario di ciò che vede. E' soltanto responsabile di ciò che sceglie di fare con quello che ha visto.'
La lessi due volte, mi sembrava una risposta indiretta a tutto ciò che stavo cercando di capire. Se Luca credeva davvero di vedere eventi futuri attraverso l'obiettivo, cosa lo autorizzava a intervenire nella vita delle persone? E se quelle immagini fossero state soltanto interpretazioni della sua mente, quanto poteva essere pericoloso un uomo convinto di conoscere il destino degli altri?
"Dobbiamo contattarlo" dissi.
Ettore annuì.
Trovammo un vecchio indirizzo associato alla mostra, ma non sapevamo se fosse ancora valido. Non volevo presentarmi alla porta di uno sconosciuto senza sapere se si trattasse della persona giusta, quindi decisi di inviare un messaggio attraverso il contatto dell'organizzazione che aveva conservato l'archivio. Spiegai che stavo svolgendo una ricerca sulla storia dello Studio Ferro e che avrei voluto parlare con Andrea Moretti, se fosse stato possibile. Non menzionai Luca e non ricevetti una risposta immediata, ma almeno avevo compiuto un passo senza seguire ciecamente le indicazioni contenute nelle fotografie. Quando uscimmo dal bar, Ettore mi accompagnò fino alla fermata.
"Per oggi basta" disse. "Hai fatto abbastanza."
"Lo so."
"No, non lo sai. Se lo sapessi, non avresti già la macchina fotografica in mano."
Abbassai lo sguardo. Non mi ero accorto di averla tirata fuori dalla borsa, la rimisi al suo posto.
"Hai ragione."
Ettore mi osservò per qualche secondo, poi mi diede una pacca sulla spalla.
"Se succede qualcosa, chiamami. E se ricevi altri messaggi, non rispondere subito. Salvali e basta."
Gli promisi che avrei fatto così. Per una volta, ero davvero intenzionato a mantenere la promessa. La risposta arrivò nel tardo pomeriggio, era un'e-mail breve inviata dall'organizzazione che conservava l'archivio della vecchia mostra. Mi informavano che Andrea Moretti non risultava più associato alle attività pubbliche dell'associazione, ma che avevano ancora un recapito fornito anni prima. Non potevano garantire che fosse aggiornato e mi consigliavano di non condividere informazioni personali senza il consenso dell'interessato. In fondo al messaggio c'era un numero di telefono, lo copiai nel quaderno e rimasi a lungo a guardarlo. Avrei potuto chiamare subito, avrei potuto spiegare tutto e chiedergli se conoscesse Alberto Ferro e Luca Ferri ma non sapevo come avrebbe reagito, né se fosse davvero la persona ritratta nella fotografia. E soprattutto non volevo presentarmi come qualcuno che credeva alle immagini impossibili senza aver prima verificato almeno una parte dei fatti. Decisi di aspettare la mattina successiva.
Quella sera cercai di fare qualcosa che non avesse a che fare con le fotografie. Preparai la cena, sistemai alcuni oggetti e guardai un film che avevo già visto più volte. Non riuscii a seguire la trama, ma almeno il tempo passò senza che controllassi continuamente la cartella 'Assenze'. Verso le undici, mentre stavo per andare a letto, sentii il telefono vibrare sul tavolo. Un messaggio da un numero sconosciuto.
'Hai trovato Moretti.'
Non era una domanda. Non avevo ancora chiamato il numero, né risposto all'e-mail. Nessuno, a parte Ettore sapeva che avevo trovato un recapito e Ettore non avrebbe avuto alcun motivo per comunicare quella informazione a qualcun altro. Il messaggio successivo arrivò quasi subito.
'Non chiedergli cosa è successo a Ferro.'
Mi sedetti sul divano e controllai il numero del mittente. Non corrispondeva a quelli che mi avevano scritto in precedenza. Poteva essere la stessa persona che utilizzava numerazioni diverse, oppure qualcuno che aveva scoperto la mia ricerca in un altro modo.
Non risposi ma feci uno screenshot, lo salvai e chiamai Ettore. Questa volta rispose immediatamente.
"Che succede?"
Gli lessi le parole sullo schermo.
"Hai detto a qualcuno che stavi cercando Moretti?"
"No. Ho soltanto inviato una richiesta all'associazione."
"Potrebbero aver inoltrato la tua e-mail."
"È possibile."
"Allora potrebbe essere una persona collegata all'archivio. Non sappiamo se sia Luca, un conoscente di Moretti o qualcuno che sta cercando di spaventarti."
Guardai la finestra, oltre la quale la strada era quasi deserta.
"E se Ferro fosse morto per colpa di Luca?"
Ettore rimase in silenzio per un istante.
"Non abbiamo prove che sia morto, né che Luca gli abbia fatto qualcosa."
"Lo so."
"Andrea, ascoltami. Non trasformare un avvertimento in una confessione. Se qualcuno ti dice di non chiedere cosa è successo, non significa che sia successo qualcosa di terribile. Potrebbe semplicemente non volere che tu faccia domande."
Mi passai una mano tra i capelli.
"E se invece volesse impedirmi di scoprire la verità?"
"Allora dovremo capire chi è e perché lo fa. Ma non possiamo partire dal presupposto che ogni messaggio contenga una verità nascosta."
Avevo bisogno di sentirmelo ripetere, ogni volta che ricevevo una nuova fotografia o un messaggio anonimo, la mia mente tendeva a trasformarli in tasselli di una storia già scritta. Non sapevo se fosse una reazione alla paura o se stessi davvero iniziando a perdere la capacità di distinguere un indizio da una suggestione. Prima di chiudere la chiamata, Ettore mi chiese di mandargli lo screenshot. Poi mi raccomandò di non contattare Moretti fino a quando non avessimo avuto qualche informazione in più e accettai. Per qualche minuto rimasi seduto sul divano, cercando di calmarmi. Poi sentii un rumore provenire dalla cucina. Un colpo leggero, come quello di un oggetto appoggiato sul tavolo. Mi alzai lentamente e raggiunsi la stanza. La luce era spenta, ma dalla finestra entrava abbastanza illuminazione da distinguere i mobili. Sul tavolo c'era la busta che conteneva la vecchia fotografia di Lucca.
Era aperta e non ricordavo di averla lasciata così. Mi avvicinai senza toccarla, la stampa era ancora all'interno con il fronte rivolto verso l'alto. Non c'era niente di diverso almeno a prima vista, la girai con cautela. Sul retro, accanto alla frase che avevo letto la sera precedente, era comparsa una nuova annotazione.
'Lui non vuole salvarti.'
Sotto, in caratteri più piccoli:
'Vuole essere perdonato.'
Mi sedetti lentamente, da quando avevo iniziato a seguire le tracce di Luca, ebbi la sensazione che la storia non riguardasse soltanto ciò che lui credeva di vedere nelle fotografie ma riguardava qualcosa che aveva fatto, qualcosa che forse non era riuscito a dimenticare e che continuava a cercare di giustificare. Se davvero Luca si considerava un salvatore, forse non era perché avesse scoperto un modo per cambiare il futuro. Forse era perché aveva bisogno di credere che le sue azioni avessero uno scopo e se qualcuno lo stava avvertendo di non cercare Moretti, poteva significare che l'uomo conosceva una verità capace di distruggere quella convinzione. Guardai la fotografia ancora una volta, poi presi il telefono e scrissi a Ettore che avrei aspettato la mattina prima di fare qualsiasi cosa.
Questa volta non volevo seguire un ordine, né obbedire a un messaggio anonimo. Volevo parlare con Moretti perché avevo bisogno di sapere che cosa fosse successo nello Studio Ferro, non perché qualcuno mi avesse detto di farlo. Prima di andare a letto, riposi la stampa in una busta nuova e la chiusi con del nastro adesivo. Non era una protezione reale contro chiunque avesse accesso ai miei oggetti, ma mi serviva un gesto concreto, qualcosa che mi ricordasse che potevo ancora scegliere come comportarmi.
Spensi la luce.
Per un po' rimasi sveglio, ascoltando i rumori del palazzo. Poi, quando stavo finalmente per addormentarmi, mi venne in mente una frase del quaderno nero.
'La prima volta ho creduto di poter cambiare ciò che vedevo.'
Non sapevo chi l'avesse scritta, ma cominciavo a pensare che fosse il punto da cui tutto era cominciato. Non la scomparsa della ragazza vestita da bambola, non la cartella 'Assenze' e nemmeno la prima fotografia impossibile. La prima volta, l'evento che aveva convinto Luca Ferri di avere il diritto di intervenire nella vita degli altri.
La mattina dopo avrei chiamato Andrea Moretti e avrei scoperto se, dietro la leggenda del fotografo che vedeva la morte attraverso l'obiettivo, si nascondeva un uomo che aveva davvero cercato di salvare qualcuno oppure qualcuno che aveva trovato una spiegazione per non sentirsi un assassino.
Ogni storia merita il suo tempo. Scopri le altre Fanfiction →